Medicine at Midnight: come suona il nuovo album dei Foo Fighters?

Medicine at Midnight: come suona il nuovo album dei Foo Fighters?

Il ritorno dei Foo Fighters, dopo poco più di tre anni di silenzio discografico. Come suona il nuovo Medicine At Midnight? Ce lo racconta Luca Villa.

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Medicine At Midnight è il decimo disco dei Foo Figthers, inciso dal gruppo di Dave Grohl tra l’ottobre del 2019 e febbraio 2020, ovvero un mese prima che tutto il mondo collassasse.

Con il nuovo album, il gruppo spazza via la concreta possibilità di trasformarsi definitivamente in una specie di AC/DC in salsa grunge. Non me ne voglia il gruppo di Angus Young, che continua peraltro a fare il proprio sporco lavoro con eccellenti risultati, ma dall’evoluzione dei Foo Fighters è lecito sperare in risultati diversi e non accontentarsi della solita minestra.

Vuoi per via della fama e del successo sempre maggiori, ultimamente sembrava proprio che il gruppo di Grohl, a livello compositivo, si fosse ormai adagiato sugli allori. Di album in album, sempre la stessa formula, super rodata e perfetta sia per certi fan che per certe radio, ma che onestamente pareva iniziasse a scricchiolare. Con Medicine At Midnight, i Foo Fighters decidono invece, fortunatamente, di rimettersi in gioco. Se per canzoni che sfruttano canoni tutto sommato classici per il gruppo, come Waiting On A War (se la state cercando, ecco l’anthem da cantare a squarciagola, la Times Like These di questo disco insomma), No Son Of Mine (che ricorda tanto i Motörhead quanto certe sonorità di One By One) o la finale Love Dies Young, ce ne sono altre che deviano totalmente dal percorso che ci si potrebbe aspettare dai “soliti” Foo Fighters.

Parliamo in particolar modo di Medicine At Midnight, title track del disco e piazzata giusto a metà del lavoro, e del primo singolo Shame, Shame che convincono pienamente, tra evidenti richiami al David Bowie degli anni settanta e un suono d’insieme che non può che ricordare i Queen, da sempre amati da (quasi) tutti i componenti del gruppo. Se l’iniziale Making A Fire può spiazzare, con quei coretti (fin troppo) pop, il ritmo ballabile e contagioso di Cloudspotter invece convince totalmente. Come in ogni disco dei FF, un paio di evidenti filler ci sono. Holding Poison è carina ma si dimentica in fretta mentre l’ispirata Chasing Birds va troppo per le lunghe e non convince fino in fondo (rimanendo sullo stesso genere, il gruppo aveva fatto di meglio nel sottovalutato secondo disco di In Your Honor). Comunque niente che pregiudichi il lavoro (che con i suoi 36 minuti di durata è il più corto mai inciso dal gruppo).

Medicine At Midnight, deciso passo in avanti rispetto al poco convincente Concrete and Gold, spiana la strada a quello che potrebbero riservarci i Foo Fighters nei prossimi anni e se ci pensate, dopo venticinque anni di carriera, non è affatto poco.

Luca Villa

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.