Invitation, la recensione del disco di debutto dei Filthy Friends

fe5fa7f5-4a51-463d-8270-95f095c6adfa-filthy_friends

Nell’attuale panorama discografico, sempre più dopato e legato ad aspetti extra musicali tanto cool quanto poco inerenti la musica in senso stretto, ci sono fortunatamente eccezioni, magnifiche eccezioni.

Per esempio succede che nel 2012 alcuni noti nomi dell’ambiente underground americano – Corin Tucker delle Sleater-Kinney e parte di quello che furono gli ultimi R.E.M., Scott McCaughey e Bill Rieflin – si trovino per suonare dal vivo, insieme a niente meno che Peter Buck, qualche canzone di David Bowie. Il super gruppo, dopo qualche tempo, incide un singolo – Despierta – come parte di 30 Days, 30 Songs, raccolta di canzoni scritte da diversi artisti contro il nuovo presidente americano, Donald Trump. Ma non è finita qui. La band, che ora ha un nome, Filthy Friends, incide un album completo e nel giro di qualche giorno, supervisionati da Kurt Bloch dei Fastbacks alla produzione, che nel disco suona anche la chitarra, butta su nastro una dozzina di canzoni più un paio di cover (come Editions of You dei Roxy Music) pensate per i lati B.

Il suono della musica viene reso libero dalle aspettative senza timore di come sarà ricevuto, liberato da tutte le cazzate che fanno parte dell’industria musicale moderna”, scrive la band nella press release di presentazione di Invitation, il disco di debutto della formazione, che viene pubblicato per Kill Rock Stars, etichetta discografica indipendente americana che ha distribuito, tra i vari, gran parte degli album del compianto Elliott Smith.

FF

Dodici canzoni per un totale di trentotto minuti dove i Filthy Friends, mettendo ben in evidenza tutte le loro influenze, non sembrano nemmeno per un’istante una copia carbone delle loro rispettive band di appartenenza. Invitation suona frizzante, fresco, diretto e ha il merito di non perdersi tra inutili filler o canzoni poco a fuoco. Si citano i Television (Windmill), il perfetto pop rock alla R.E.M. (Any Kind Of Crown, già pubblicata come singolo alcuni mesi fa), il punk garage delle Sleater-Kinney (The Arrival), certo glam anni settanta (Come Back Shelley).

Invitation, un disco inciso per il piacere di suonare insieme senza strizzate d’occhio all’industria musicale che, ci auguriamo, finirà in diverse classifiche dei “migliori album del 2017”.

Luca Villa