FEAR in dieci canzoni

Alla scoperta di una delle più importanti e irriverenti band del punk hardcore a stelle e strisce.

Fear Concert At The Country Club

Gruppi come i FEAR non ne nascono tutti i giorni. Con la loro dissacrante proposta musicale hanno preso per il culo un po’ tutti, dai progressisti “a tutti i costi” alla nota trasmissione televisiva americana Saturday Night Live. Ma andiamo con ordine.

I FEAR si formano nel 1977 a Los Angeles, l’anno successivo pubblicano il loro primo singolo I Love Livin’ in the City, mentre passeranno ben cinque anni prima della pubblicazione del loro disco di debutto.

In mezzo al 1977 e al 1982, l’anno di uscita del leggendario The Record, il gruppo prima partecipa al seminale documentario The Decline of Western Civilization (riuscendo a far ben capire l’aria che si respirava nei locali hardcore punk californiani sul finire dei settanta e l’inizio degli ottanta) poi, nell’episodio di Halloween ’81 del Saturday Night Live, complice la forte amicizia con il compianto John Belushi, suonano quattro canzoni in diretta. Distruggono completamente il palco accompagnati dal mosh di una ventina di membri della scena hardcore statunitense (tra cui Ian MacKaye dei Minor Threat e alcuni componenti dei Cro-Mags e dei Negative Approach) venendo bannati per sempre dal programma.

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L’anno dopo pubblicano il classico e leggendario The Record che nei suoi ventisette minuti di durata incorpora tutto il meglio della produzione su disco dei FEAR. E’ proprio in questo album che ci sono tutti i classici che Kurt Cobain, Dave Grohl, Duff McKagan, Eddie Vedder, Flea (che fece parte del gruppo per un breve periodo!), gli A Perfect Circle – tanto per citare i primi che mi vengono in mente – hanno imparato a memoria. In questi ventisette minuti Lee Ving, l’indiscusso leader della formazione, con i compagni di brigata (Philo Kramer alla chitarra, Derf Scratch al basso e Spit Stix alla batteria), si lancia contro il pubblico e la critica con l’unico intento di provocare tutto e tutti. E ci riesce alla grande. Pezzi come I Don’t Care About You (ripresa poi dai Guns N’ Roses e dai Soundgarden), Let’s Have A War, Beef Bologna, New York’s Alright If You Like Saxophones, We Destroy the Family sono lì a dimostrarlo – dissacranti e irriverenti ora come allora, quando furono pubblicate per la prima volta il 16 maggio 1982, quasi quarant’anni fa.

Rispetto ai gruppi della stessa scena, dai Black Flag ai Dead Kennedys, i FEAR innescarono su ritmi sincopati e classicamente hardcore degli elementi blues, tutta farina del sacco di Ving, che in quegli anni rappresentarono un unicum, tanto inaspettato quanto seminale per tutti i gruppi, e non sono pochi, che si fecero pesantemente influenzare da questo disco.

La carriera dei FEAR, con line up sempre diverse con l’unico comun denominatore di Lee Ving come capo del gruppo, hanno continuato la loro carriera pubblicando altri tre dischi (More Beer nel 1985, Have Another Beer with Fear nel 1995 e American Beer nel 2000) che non riuscirono a raggiungere nemmeno lontanamente l’imperfetta perfezione di The Record. Negli ultimi anni poi non è nemmeno difficile trovare a suonarli nei festival punk rock in giro per il mondo. Se vi capita di vedere il loro nome nel cartellone di qualche festival, non esitate di andarli a vedere, chiaramente ben muniti di almeno sei birre da scolarsi durante il concerto.

Luca Villa

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.