Elliott Smith in dieci canzoni

Elliott Smith in dieci canzoni

Alla scoperta di uno dei migliori cantautori americani degli ultimi trent’anni che proprio oggi avrebbe compiuto 51 anni.

I’m in love with the world through the eyes of a girl
Who’s still around the morning after
Say Yes – Elliott Smith

ES4

Esattamente cinquantun anni fa nasceva a Omaha, nel Nebraska, Steven Paul Smith che avremmo poi tutti conosciuto come Elliott Smith.

Cinque dischi in studio in vita, From a Basement on the Hill pubblicato postumo e alcune raccolte – la migliore rimane ancora New Moon – grazie alle quali è facilmente intuibile quanto ogni canzone di Elliott fosse un capolavoro, anche la più oscura, anche quella che lui forse avrebbe scartato.

Animo fragile in un corpo da classico ragazzo americano che sembra uscito da un qualsiasi film di metà carriera dell’amico Gus Van Sant (per merito del quale acquisterà un certa notorietà grazie alla nomination all’Oscar per Miss Misery, inclusa in Good Will Hunting), Elliott ha pubblicato i suoi primi lavori a metà anni novanta, proprio quando i gruppi della scena di Seattle stavano uscendo dalle classifiche lasciano spazio ad alcune formazioni britanniche.

Da un lato Smith prese la forza del suono di Seattle (specie con il suo primo gruppo, gli Heatmiser) mentre dall’altro si fece influenzare enormemente dagli autori considerati sacri per tutta la scena brit pop. I Beatles, ovviamente, ma anche la produzione solista del grande George Harrison e gruppi americani come i Big Star e i Byrds.

ES (3)

I suoi primi dischi raccontano di storie di bevute tra amici e di persone con varie dipendenze (amorose, ma anche, e forse soprattutto, di droga) su delle splendide melodie per lo più acustiche. Sopra a ogni cosa, la sempre fragile voce di Elliott. Parliamo di gioielli di album come Roman Candle e dell’omonimo del 1995. Tempo due anni e nel biennio 1997/1998 vengono pubblicati i due veri capolavori del cantautore: Either/Or e XO, dove all’anima acustica dei primi lavori si affianca un suono più rock grazie a una vera e propria band (i Quasi, vale la pena riscoprire Featuring Birds) che affianca il cantautore sia in studio, sia dal vivo. Questo è il momento più alto della carriera di Elliott, che da semisconosciuto artista underground arriva ad esibirsi alla cerimonia degli Oscar.

Da qui, parte la discesa negli abissi più oscuri dell’anima. Viene completato un ultimo disco in studio, Figure 8, senza che però venga organizzato – stranamente – alcun tour promozionale. Un enorme senso di inadeguatezza nell’esibirsi dal vivo insieme a frequenti attacchi di panico che Smith cerca di curarsi da solo, tra alcool, droghe di vario tipo e antidepressivi.

Il resto è storia nota e, onestamente, non ci va nemmeno di raccontarla. Il grande vuoto che ha lasciato ormai diciassette anni fa è paragonabile solamente a quello lasciato da un altro ragazzo fragile e tormentato proprio come lui. Il suo nome era Kurt Cobain.

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.