STAYHOMESERIETV: DANCE LIKE MIKE

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L’importanza della colonna sonora di ‘The Last Dance’ negli equilibri di una serie che è già storica 

Tra le infinite diatribe e le molte polemiche sollevate da ‘The Last Dance’, c’è una caratteristica relativa alla serie co-prodotta da ESPN e Netflix che nessuno si è azzardato a mettere in discussione. E’ una caratteristica che ‘The Last Dance’ ha in comune con il suo protagonista designato: l’ambiziosità. Così come Michael Jordan si prefiggeva di onorare al meglio il gioco del basket, dando spettacolo sul parquet e, allo stesso tempo, provando a vincere ogni singola partita in cui era coinvolto, il documentario in dieci puntate diretto da Jason Hehir è stato concepito con il temerario obiettivo di affascinare un pubblico generalista ma anche di soddisfare le aspettative degli adepti al culto di Air Jordan che l’attendevano da tanti, troppi anni.

Difficile stabilire con certezza se Hehir e i suoi collaboratori siano riusciti nell’impresa, di certo c’è che per inseguire il traguardo prefissato si sono avvalsi di ogni espediente possibile. E in questo senso la colonna sonora di ‘The Last Dance’ rappresenta un caso se non unico, sicuramente molto raro. Affidato al gusto sopraffino di Rudy Chung, musical supervisor già al lavoro su diverse serie come CSI e Silicon Valley e sul documentario di HBO dedicato al wrestler André The Giant, il commento musicale alle imprese di Jordan e dei Bulls si è contraddistinto da subito come elemento essenziale al racconto. La scelta dei singoli pezzi e della loro collocazione lungo le dieci puntate ha trasformato la colonna sonora in un vero e proprio strumento narrativo, permettendo una fruizione su più livelli piuttosto inconsueta per un prodotto destinato al grande pubblico.

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Già dopo le prime due puntate, sui social e nelle chat tra appassionati si è scatenata una sorta di caccia al tesoro, una gara a chi era in grado di individuare prima degli altri il nesso tra immagini e musica. Gli abbinamenti, per la maggior parte, si possono dividere in due categorie: quelli legati all’ambientazione geografica e quelli ispirati ai fatti narrati. Alla prima categoria appartengono ‘Rosa Parks’, utilizzata per accompagnare l’ultima partita di Jordan ad Atlanta, città degli Outkast, oppure la sequela di artisti newyorkesi (NAS, A Tribe Called Quest, Black Sheep) al cui ritmo MJ incanta il Madison Square Garden.

La seconda categoria, invece, è decisamente più nutrita e ha i suoi episodi più significativi tra l’All Star Game del 1998, quel del virtuale passaggio di consegne tra Jordan e Bryant, suggellato da ‘If I Ruled The World’, e quella ‘How Ya Like Me Now?’ che suona perfetta per celebrare la vittoria sui tanto detestati Detroit Pistons e l’approdo alle prime NBA Finals nella storia dei Bulls. Ci sono anche altri riferimenti cuciti dal sarto sui co-protagonisti dell’epopea di quella squadra irripetibile, come ‘I Feel Free’, brano firmato dai Cream nel 1966 e utilizzato per caratterizzare la digressione nel passato hippie di coach Phil Jackson, oppure ‘The Maestro’ dei Beastie Boys, pezzo forte del segmento dedicato a Dennis Rodman e ideale ponte tra l’hip hop, ovvero la cifra stilistica dell’intera soundtrack, e il rock, di cui Il Verme è da sempre un fan devoto.

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Già, l’hip hop, che in ‘The Last Dance’ la fa da padrone assoluto, in un azzeccato parallelismo tra quella che viene considerata l’epoca d’oro del genere e l’epoca d’oro dell’NBA. E, in effetti, hip hop e NBA cresceranno insieme nei decenni successivi, fino a diventare fenomeni globali quasi organici l’uno all’altro. Tra rapper co-proprietari o uomini immagine delle franchigie come Jay Z e Drake fino alle prove discografiche, molte delle quali rivedibili, delle stelle NBA, il connubio hip hop-NBA, o anche hip hop-basket se vogliamo, appare oggi indissolubile. Non era così, però, all’epoca dei fatti narrati da ‘The Last Dance’, che da questo punto di vista si rende colpevole, almeno in parte, del reato di falsificazione storica. A partire da Jordan, tutt’altro che amante del rap, per arrivare alla quasi totalità dei giocatori in attività tra gli anni ottanta e novanta, i gusti musicali di quella generazione differivano parecchio rispetto al quadretto sonoro proposto da Chung e Hehir.

Eppure quella di reinterpretare la colonna sonora della parabola di Jordan è una libertà che si concede volentieri agli autori di ‘The Last Dance’, anche perché gli spunti offerti dalla selezione musicale consentono, tra le altre cose, di recuperare gioielli per molti versi dimenticati. La colonna sonora del primo ‘Batman’ diretto da Tim Burton, da cui è tratta l’impetuosa ’Partyman’, è passata un po’ in sordina nella sterminata discografia di quel genio pazzoide di Prince, ma brilla ancora di luce propria a distanza di oltre trent’anni dalla pubblicazione, così come i lavori di DMX e Big Pun, artisti alquanto snobbati da queste parti, rappresentano piacevoli riscoperte.

L’impressione è che ‘The Last Dance’, con le sue immagini, la sue parole e le sue canzoni, ci accompagnerà ancora a lungo. E il finale dell’ultima puntata, punteggiato dalle note trasognanti di ‘Present Tense’ dei Pearl Jam, ne è la chiusura perfetta. In tempi incerti come questi, potersi aggrappare alla gigantesca figura di Michael Jordan non è cosa da poco, farlo a tempo di musica è davvero il massimo.

 

Dario Costa