CINECULT #28: Singles di Cameron Crowe

CINECULT #28: Singles di Cameron Crowe

CineCult, ovvero i film passati inosservati all’epoca della loro uscita ma che nel corso degli anni sono diventati cult assoluti.

Singles

SINGLES – L’AMORE E’ UN GIOCO
Cameron Crowe, 1992

Quanti anni sono passati dalla sua prima candidatura agli Oscar? Quanti da quando teneva tra le mani l’ambita statuetta? La risposta è una e una soltanto: troppi. A voler fare i nerd, invece: ventitré da Jerry Maguire (sceneggiatura candidata agli Oscar nel 1996), diciannove da Almost Famous che grazie alla sua (autobiografica) trama riuscì a far vincere a Cameron Crowe per la prima e unica volta il premio per eccellenza del mondo del cinema.

Dopo Almost Famous sono iniziati gli anni bui per Crowe: prima il fiacco Elizabethtown, poi quel mezzo disastro di Aloha (da noi intitolato Sotto il cielo delle Hawaii), di quattro anni fa. Nel mezzo alcune prove degne di nota, nonostante tutto: il riuscito Vanilla Sky (remake di Apri gli Occhi di Alejandro Amenábar), l’ottimo documentario dedicato ai vent’anni dei Pearl Jam, l’interessante La mia vita è uno zoo con Matt Damon e una serie televisiva passata in sordina (Roadies, sfortunatamente chiusa dopo una sola stagione).

Prima di tutto questo, Crowe ha scritto la sceneggiatura del divertentissimo Fast times at Ridgemont High e ha debuttato dietro la cinepresa con Say anything (da noi, Non per soldi… ma per amore). Soprattutto ha sceneggiato, diretto, montato e curato la colonna sonora di Singles – L’amore è un gioco, il vero cult della sua filmografia, ideale cartolina di quello che furono i primi anni novanta per i ragazzi con i jeans strappati e le camicie di flanella della Generazione X, ambientato nella vera culla del rock ‘n’ roll dei 90s: Seattle.

La trama di Singles – L’amore è un gioco è semplice e gioca facile a raccontare le storie d’amore di un gruppo di giovani focalizzandosi su due coppie. Da una parte c’è la barista Janet Livermore con l’aspirante musicista Cliff Poncier, dall’altra ci sono Linda Powell e Steve Dunne, che giocano per i cento minuti della pellicola a incontrarsi, innamorarsi, mollarsi per poi – inevitabilmente – rimettersi insieme. Quello che però fa la differenza in questo film è l’ambientazione (dai locali ai bar, tutti ricordi di una scena musicale che ormai non esiste più), certi camei davvero imperdibili (quelli di Chris Cornell o di Tad Doyle, ma ancora di più quello di 3/5 dei Pearl Jam) e la colonna sonora… e che colonna sonora. Con le dovute differenze, lo score di Singles riesce a rappresentare per la generazione degli anni novanta quello che rappresentò per i giovani americani di fine sessanta la sequenza di canzoni presenti in Easy Rider, film che proprio quest’anno ha compiuto cinquant’anni (e sfortuna vuole, ha visto andarsene uno dei due personaggi principali: Capitan America, il grande Peter Fonda).

Un cult da riscoprire, non privo di difetti, ma in grado di rappresentare abbastanza fedelmente l’aria che si respirava nella città che negli ultimi decenni è diventata – più che la culla del rock ‘n’ roll – il bacino di superpotenze come Amazon, Starbucks e Boeing. “Champagne breakfast for everyone” verrebbe da dire, proprio come cantava tanti anni fa un giovane ragazzo che in questo film fa il batterista (a voi scoprire chi è).

Singles 1992 Cast

LA SCENA CULT

Non giriamoci troppo intorno: le vere scene cult di Singles – L’amore è un gioco sono quelle che vedono la presenza di Eddie Vedder, Jeff Ament e Stone Gossard dei Pearl Jam come gruppo di Cliff Poncier (Matt Dillon): i leggendari Citizen Dick, insomma!

LE CINQUE CURIOSITA’

1. La sceneggiatura di Singles – L’amore è un gioco è stata scritta nel 1984 ed era originariamente ambientata a Phoenix, in Arizona. Dopo la morte di Andy Wood dei Mother Love Bone, Cameron Crowe notò il forte senso di unione presente tra i gruppi di Seattle e decise di riscriverla ambientandola nella capitale del rock americano degli anni novanta.

2. Johnny Depp ha rifiutato il ruolo di Steve perché non si sentiva a suo agio nel dire “ti amo” nelle varie scene del film. Curiosamente, anche Bill Pullman originariamente rifiutò il ruolo che Crowe gli propose. Per il ruolo di Linda Powell, il regista prese invece in considerazione Jodie Foster e Mary Stuart Masterson.

3. Il titolo originale di Singles – L’amore è un gioco era Come As You Are, proprio come la canzone dei Nirvana. Non solo, il gruppo di Cobain sarebbe dovuto apparire nella relativa colonna sonora. Durante un’intervista a MTV del 1992, Cobain svelò che i Nirvana decisero di tirarsi indietro dalla possibile collaborazione con Cameron Crowe perché Singles – L’amore è un gioco era “solamente una storia d’amore ambientata a Seattle”, non un film sul rock ‘n’ roll.

4. Il regista Tim Burton, amico di Cameron Crowe, appare brevemente nel ruolo di Brian, il regista dei video incontri. Eric Stoltz, che due anni dopo prenderà parte a Pulp Fiction di Quentin Tarantino, è invece il mimo presente nella scena ambientata sul taxi.

5. Nel 1993 – proprio quando Singles – L’amore è un gioco veniva proiettato nei cinema italiani – la Warner Bros. avrebbe voluto creare una serie televisiva basata sui personaggi presenti nel film. Cameron Crowe, appresa la notizia, s’impose perché il progetto non fosse sviluppato. La casa cinematografica continuò il progetto eliminando i riferimenti a Singles – L’amore è un gioco. La serie televisiva prese il via nel settembre 1994  e finì esattamente dieci anni dopo, con i titoli di coda affidati alle note di Yellow Ledbetter dei Pearl Jam. Quella serie era Friends.

DOVE SI PUO’ GUARDARE? Su Amazon.it ci sono copie del DVD del film pubblicate nel 2004 e andate velocemente fuori stampa. Singles – L’amore è un gioco è fortunatamente disponibile in streaming su YouTube, in versione HD.

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Singles 1992

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.