Chris Cornell – The Man Of Golden Words

Chris Cornell – The Man Of Golden Words

“Johnny Cash ha incluso una canzone dei Soundgarden nel suo ultimo disco Unchained, sancendo così una paradossale continuità tra Seattle e Memphis, fra il puro e duro rockabilly che quarant’anni fa si suonava ai Sun Studios e la musica raw and alive delle nuove band di fine millennio. Dove finisce il gioco e dove inizia la sorprendente verità? I cultori rock del 2100 potrebbero trovare queste assonanze che a noi paiono incredibili e comunque è un fatto che nel brano scelto (Rusty Cage) batte veramente un’anima di american rock. Un giorno incontreremo Chris Cornell e gli domanderemo un’opinione a riguardo. Lui magari nel frattempo sarà andato avanti e avrà inciso un triplo album di post rockabilly del Nord Ovest.”

 

Così si concludeva New Metal Crown, la biografia non ufficiale dei Soungdarden, pubblicata esattamente vent’anni fa.

 

A ventiquattro anni dalle splendide ballate acustiche scritte per il disco dei Temple of the Dog, a ventitré dalla prima prova solista – quella Seasons relegata nella colonna sonora del cult movie generazionale Singles – a vent’anni esatti dalla splendida “acoustic version” di Like Suicide e a diciotto da Sunshower – canzone spartiacque che servì a sancire cos’era stato fino a quel momento il cantante dei Soundgarden e quello che sarebbe potuto essere – Chris Cornell ha finalmente inciso il disco acustico che un po’ tutti aspettavano.

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A dire il vero, questo passo di Chris – alla luce dei sempre più frequenti tour con la “spina staccata” degli ultimi anni, acclamati sia dal pubblico che dalla critica – pareva quasi ovvio.

Il riccioluto cantante, classe 1964, una delle voci più carismatiche e leggendarie uscite da Seattle, ha sempre amato spiazzare il suo fandom, proprio come aveva fatto sul finire dello scorso decennio, prima pubblicando il famigerato esperimento elettronico Scream, poi riformando i leggendari Soundgarden.

 

Higher Truth, il quarto disco solista di Cornell, inciso grazie all’aiuto del producer Brendan O’Brien, mette in bella mostra tutte le doti migliori di songwriter e di performer del cinquantenne artista di Seattle. La contagiosa Nearly Forgot My Broken Heart è il singolo e la canzone di apertura, seguita dall’evocativa Dead Wishes, senza dubbio uno degli highlight del disco, e da Worried Moon, che evoca le atmosfere del debutto Euphoria Morning (curiosamente ridistribuito recentemente con il suo titolo originale, Euphoria Mouring).
Seguono un’altra decina di brani, alcuni più riusciti (come Before We Disappear o Murderer Of Blue Skies), altri meno (Only These Words), che mettono comunque in evidenza quanto Cornell sia totalmente a suo agio tra melodie dalla forte ossatura folk e liriche che parlano di cuori infranti e anime tormentate, che possono richiamare tanto Nick Drake quanto il primo Bob Dylan. Da citare, nella seconda parte del disco, due canzoni che si candidano ad essere tra le più riuscite dell’immenso songbook dell’artista: la beatlesiana Circling e la pianistica, eponima, Higher Truth che, coi suoi richiami al primo Elton John, rappresenta il fulcro di tutto l’album.

 

Higher Truth mette in primo piano una delle più belle voci rock di sempre in un contesto, quello unplugged, che l’artista, superati i trent’anni di carriera, sembra ormai sentire più suo. Dopo tutti questi anni forse Chris Cornell non avrà ancora inciso un triplo album di post rockabilly del Nord Ovest, ma è riuscito a dare forma a quel disco che tanti fan attendevano da tempo. A volte, dare al pubblico quello che sognava può essere proprio la cosa più vera e giusta da fare. La più grande verità.

Luca Villa