Chris Cornell: Le dieci mancanze più gravi del disco postumo

Chris Cornell: Le dieci mancanze più gravi del disco postumo
Foto: Henry Ruggeri

Oggi esce Chris Cornell, la prima pubblicazione dedicata al compianto cantante di Seattle che ci ha lasciato il 18 maggio dello scorso anno. In questo cofanetto non ci saranno le sei canzoni inedite dei Soundgarden ultimate tra il 2015 e il 2016 che avrebbero dovuto far parte del seguito di King Animal né le cover soul che Chris Cornell aveva iniziato ad incidere due anni fa insieme al producer Brendan O’Brien. Quello che però stupisce di più è l’assenza di alcune tracce basilari tratte dalla discografia del cantautore di Seattle soprattutto per un progetto che vorrebbe essere un’antologia completa sul cantautore di Seattle. Andiamo a scoprire le dieci mancanze più gravi.

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Soundgarden: Like Suicide
Probabilmente la miglior canzone – insieme a Say Hello To Heaven – composta da Cornell nella sua carriera. La più grave mancanza di questo cofanetto è proprio questa cavalcata rock che ricorda i migliori Led Zeppelin. Anche la versione acustica, pubblicata nel 1995 come b-side del singolo The Day I Tried To Live, sarebbe stata cosa gradita. Evidentemente, visto quanto è successo, la famiglia del cantante ha reputato fosse di cattivo gusto inserirla, per quanto ci riguarda invece è immorale la sua assenza.

Chris Cornell: Silence the Voices
Una delle migliori performance vocali di sempre di Chris Cornell. L’evocativa ed emozionante Silence the Voices è uno dei pezzi più riusciti tratti dal suo secondo disco solista, il sottovalutato (e ai tempi fischiato) Carry On.

Chris Cornell: Two Drink Minimum 
Il terzo album solista di Cornell si conclude sulle note della blueseggiante traccia nascosta intitolata Two Drink Minimum. Un vero colpo al cuore grazie al quale Chris riesce a farsi perdonare per l’album dal quale è tratta: Scream, il disco più controverso dato alle stampe dal nostro.

Soundgarden: Beyond the Wheel
La blacksabbathiana Beyond the Wheel, inserita su Ultramega OK, è il vertice vocale assoluto – senza se e senza ma – della carriera di Cornell. L’assenza senz’altro più ingombrante di questa pubblicazione.

Soundgarden: Blow Up The Outside World
La tenebrosa e spettrale ballata psichedelica contenuta in Down on the Upside, uno dei vertici del songwriting di Cornell, clamorosamente esclusa dal cofanetto. Un’assenza davvero ingiustificabile.

Soundgarden: Karaoke
Avrebbe dovuto essere uno dei pezzi portanti di Down On The Upside, venne invece relegata come lato B del singolo Burden in My Hand per volere della casa discografica A&M. Uno dei pezzi più interessanti di sempre scritto da Cornell per il suo gruppo, invettiva contro certe band che andavano forte a metà anni novanta e che si limitavano a rubare idee altrui per poi rivenderle in un formato più accessibile e commerciale.

Soundgarden: Zero Chance
Una delle migliori ballate del repertorio del nostro scritta insieme a Ben Shepherd. Il mood è lo stesso che si respirava nelle canzoni del disco dei Temple of the Dog, il verso “born without a friend and bound to die alone” uno dei più intensi scritti dal cantante di Seattle.

Soundgarden: A Thousand Days Before
Canzone tratta da King Animal, il come back in studio dei Soundgarden a sedici anni da Down on the Upside. La migliore traccia dei riformati Soundgarden dove Kim Thayil dà il meglio da sé e Cornell canta con una potenza che raramente si è sentita negli ultimi anni.

The Avett Brothers: Vanity
Una delle migliori collaborazioni degli ultimi tempi di Cornell è senza dubbio quella con gli Avett Brothers nell’emozionante ballata Vanity, suonata varie volte nel 2013. Sarebbe stato interessante vederla nella tracklist di questa pubblicazione, se mai in una bella versione in studio.

Soundgarden: Ty Cobb
Ty Cobb, il pezzo più hardcore e violento inciso dai Soundgarden, metal bluegrass” come la definì all’epoca l’Entertainment Weekly. Ty Cobb, il cui titolo originale era Hot Rod Death Toll “ispirata” al rozzo e violento giocatore di baseball degli anni sessanta, non sarebbe proprio dovuta mancare in Chris Cornell.

Luca Villa