IL CALCIO CREATIVO DI SILVA, KLOPP E MÜLLER

IL CALCIO CREATIVO DI SILVA, KLOPP E MÜLLER

Ser Canario

Chi nasce Canario è differente, nel calcio e nella vita. Il vento costante, le abitudini diverse, le case bianche e basse da cui stanchi pescatori escono la sera e rientrano al mattino: tutto questo lascia il segno, insieme al solco geografico rispetto a chi vive sul Continente.

“Español es aquel que no puede ser otra cosa!”

Cánovas del Castillo, il politico dell’800′ che dà tutt’oggi il nome alla celebre Plaza de Neptuno di Madrid, aveva le idee chiare in merito.

David Silva, numero 21 della Nazionale spagnola e del Manchester City, ha davvero poco in comune con Cánovas. E se uno dei cuori pulsanti di Madrid, la Plaza de Neptuno – covo rojiblanco in cui il Cholo Simeone ha festeggiato un titolo inatteso, due anni fa – porta ancora con sé il ricordo di idee forti e controverse, le Canarie offrono uno squarcio verso quell’otra cosa che Cánovas non apprezzava poi così tanto.

Oltre alle “s” dimenticate in fondo ad alcune espressioni (“Buenos Dia!“, “Muchas Gracia!“) il Canario appare profondamente diverso dall’Español que no puede ser otra cosa nello sviluppo della sua passione più grande, il fútbol.DSCN1360

In Spagna (e nel resto del mondo) il numero del fuoriclasse estroso, spesso fantasista e trequartista, è il 10. Creatività mista a innovazione, una ricetta forgiata nel corso degli anni da David Silva, che ha sempre giocato da Diez.
Là in mezzo all’Oceano, però, le più belle storie di pallone si scrivono con il numero 21 sulle spalle, oltre che attraverso uno stile nuovo, sempre alla ricerca del colpo ad effetto e della giocata di classe. Ancor più che sul continente.

Il fútbol Canario, oggi, riconosce due eroi: Juan Carlos Valerón e David Silva. Due giocatori differenti dalla massa, due orgogliosi numeri 21.
Se da un lato
el Flaco Valerón è diventato il simbolo dei locali del Las Palmas oltre che dei galiziani del Deportivo la Coruña, David Silva, che nasce nello stesso paese del Flaco, Arguineguín, non vestirà la maglia amarilla più amata delle Canarie.

Seguendo le orme di un altro figlio dell’Atlantico, un tale di nome Cristiano Ronaldo che non ha mai indossato i colori dei club di Madeira, David Silva lascia l’Oceano da ragazzo. La chiamata del Valencia non si può rifiutare, anche se nella Comunidad Valenciana non va tutto come dovrebbe.
Il numero 21 deve crescere e dirà, in futuro, che la tappa decisiva per la sua crescita sarà stata quella di Ipurúa, casa dell’Eibar dove giocherà qualche mese in prestito.

Tra i baschi, gli spagnoli quotidianamente considerati come otra cosa, il Canario ritrova se stesso. Cresce tantissimo, e quando tornerà a Valencia riuscirà a imporsi.

Proprio nel suo periodo basco, David Silva scopre di appartenere anche ad un luogo che gli era stato distante, Madrid. Non la Plaza de Neptuno, certamente; il numero 21 però capita spesso dalle parti di un paese-fantasma che si ritrova a mezz’ora di treno dal Palacio Real e dall’immenso fascino della città di Lope de Vega.


Il giovane David Silva viene infatti convocato spesso a Las Rozas, alla Ciudad del Fútbol. Dal 2003 la Federazione ha scelto che le promesse spagnole si allenano lì.
Quel luogo sperduto tra colline brulle e villette a schiera è ritenuto magico. Non è necessario spiegare perché: basteranno 5 anni per vedere la Spagna sul tetto d’Europa e poi del Mondo. David Silva sarà fondamentale in ognuna di queste imprese, e alla Ciudad del Fútbol la sua maglia è già esposta tra le leggende più grandi del fútbol iberico. Un uomo che, come Cristiano Ronaldo, è nato in mezzo all’Oceano e ha poi stregato il Continente.

David Silva forse non vestirà mai la maglia amarilla del Las Palmas, ma all’Estadio de Gran Canaria esiste già una sua statua, un tributo nei suoi confronti. È già pronta, per quando il figlio dell’Oceano tornerà a casa. Perché ser Canario è un onore, non soltanto una banale otra cosa. E David Silva porta lo stile amarillo delle isole con sé, ogni volta che disegna traiettorie creative con il pallone nello stile dei più grandi. Per lui, lo stile dei numeri 21.

 

Klopp, un uomo “diverso” in panchina

Si può amare o si può detestare, ma di sicuro non lascia indifferenti. Mai. Jürgen Klopp,  nonostante alla prima conferenza stampa con il suo nuovo club, il Liverpool, si sia definito “The Normal One”, di normale, o meglio di ordinario ha sempre avuto pochissimo. In campo e fuori. È sempre stato un “diverso”, un Vorreiter, un precursore. Un “uomo nuovo” del calcio tedesco, a partire dalle sue origini. Come giocatore, a differenza dei vari Magath, Heynckes, Hitzfeld, non è mai stato un campione. Anzi. “An average player”, come si definirà alla presentazione a Anfield, nato come attaccante e trasformato in difensore, poco tecnico ma tatticamente intelligente e sempre grintoso. Uno che non ha mai giocato un solo match in Bundesliga, ma che al Mainz, il suo unico club professionistico aveva “in mano” lo spogliatoio, grazie soprattutto alla sua dedizione in allenamento e al suo carattere aperto. “Era l’amico di tutti, dal presidente all’autista del bus del club” racconterà il suo ex compagno di camera dell’epoca Thomas Ziemer.

Le stesse qualità che si porterà in panchina, quando una sera del 2001 alla vigilia di un match di 2.Bundesliga gli affideranno la guida del “suo” Mainz. La manterrà fino al 2008 e trasformerà con un budget bassissimo la storia dei Nullfünfer. In campo conquisterà la storica promozione in Bundesliga e metterà le sue idee, quella da Pöhler, da “calciatore di strada” che punta molto ad attaccare e poco a difendere, oltre agli insegnamenti di Wolfgang Frank, il suo vecchio allenatore al Mainz, uno dei primi a introdurre in Germania il pressing alto e la linea a quattro senza il “libero”. Ma non sono i risultati nè il gioco, divertente, a volte sconsiderato ma mai banale, a far conquistare a Klopp prima Mainz, poi Dortmund e infine la Germania. È  Jürgen. La persona più che il tecnico. È un “Menschenfänger”, letteralmente uno che “cattura” gli uomini. La quasi totalità dei suoi giocatori, con cui Klopp ha un rapporto a metà tra il padre e il “maestro Miyagi”, lo adorano e lui gli instilla il culto del gruppo (per rinforzarlo in uno dei primi ritiri estivi a Dortmund portò la squadra in Svezia sulle rive di un lago senza elettricità) e l’importanza dell’attitudine: giocare al limite e credere fino alla fine nelle proprie possibilità, questo il mantra del tecnico tedesco. E poi c’è l’amore con i tifosi. Forte e contraccambiato. A Mainz, quando ritornerà da tecnico del Borussia piangerà sentendo i suoi ex fans cantare Niemals geht man so ganz (Nessuno se ne va mai davvero) e farà fatica a trattenere le lacrime dopo gli striscioni dedicatogli dai tifosi del Dortmund nella doppia sfida in Europa League.

Un tecnico “nerd” e innovativo in campo, nello spogliatoio ma sopratutto davanti ai microfoni. In Germania non si vedeva un personaggio mediatico così influente dai tempi di Giovanni Trapattoni. Aperto, sorridente, tagliente, uno che dice quello che pensa, senza problemi (o quasi). Sul Bayern Monaco, sul mercato, su una sua presunta relazione con la moglie di un  giocatore, ma anche su quello che per lui è il Fußball. Cioè passione, forza, energia, messo in musica un brano heavy metal come l’aveva definito in un’intervista. Un’idea di mondo e di calcio per cui per proseguire la carriera non poteva che scegliere il Liverpool e Anfield. Il suo gioco organizzato e fatto di “Gegenpressing” non si è ancora visto, ma la Kop l’ha già adottato. Perché a Liverpool, Bill Shankly insegna, per gli innovatori hanno sempre una passione.

 

Thomas Müller,  un genio “normale”

Un fenomeno dal fisico normale. Più o meno come quello che dall’altra parte dell’Oceano Atlantico ha Stephen Curry, il faro dei Golden State Warriors. Thomas Müller, attaccante del Bayern Monaco e della Nazionale tedesca non è quello che sembra: un impiegato di un qualsiasi ufficio di Weilheim in Oberbayern, la cittadina dell’Alta Baviera dove è nato. Thomas, classe 1989, è uno dei più forti giocatori del mondo. Ma nessuno o quasi se ne accorge. Non eccelle nel dribbling, né  nel tiro, né  nell’ultimo passaggio, ma è abbastanza bravo in tutti e tre i fondamentali. È intelligente e utile. Molto. Tanto che due “maestri” della panchina come Louis Van Gaal e Pep Guardiola, hanno detto a distanza di anni la stessa frase: “Con me Müller gioca sempre”. Un giocatore moderno, che fa quello che serve per la squadra (non necessariamente gol) ed è sempre concentrato al cento per cento, in allenamento e in partita. A volte non lo si vede e poi ricompare, dove meno te lo aspetti, spesso per segnarti il gol che ti risolve la partita. È un Raumdeuter, un interprete dello spazio, come si è autodefinito in un’intervista.

Un giocatore unico, un fuoriclasse e un leader. Poco appariscente ma ascoltato. Uno che ha costruito tutto tra Pahl, il paese in cui è cresciuto giocando nella squadra locale e facendo il chierichetto e Monaco di Baviera, dove a 11 anni ha indossato per la prima volta la maglia del Bayern, la squadra di cui ora è bandiera ma di cui è anche tifoso. Come tutti a casa Müller. Una famiglia borghese, con il padre Gerhard ingegnere alla BMW e in cui il FCB è una religione. Nonni, genitori, zii, pazzi per la formazione di Monaco, tanto che Thomas dormiva in una cameretta che era un “santuario” del Bayern e appena poteva andava con i cugini all’”Olympiastadion” per ammirare la squadra guidata da Giovane Élber. Da quei giorni sono passati più di 15 anni e se Thomas sul campo si è evoluto in uno dei più grandi giocatori del calcio mondiale, fuori dal terreno di gioco Müller ha continuato a essere il ragazzo di Pahl. Nel 2009 ha sposato Lisa, la sua storica fidanzata che di mestiere fa l’addestratrice di cavalli, si è tenuto lontano da riflettori e polemiche e non ha mai scordato da dove viene. Tanto che al Mondiale 2010 in un’intervista con la tv tedesca dopo la vittoria negli ottavi contro l’Inghilterra Müller chiese di poter salutare suo nonno e le sue due nonne, una delle quali, Erna, ha confessato di accendere un cero in chiesa ogni volta che Thomas è in campo.

Un tipo serio ma non serioso (per i suoi 26 anni il Bayern ha raccolto tutti i suoi scherzi tra allenamenti ed eventi) che con la sua classe e con la sua leadership si è anche “preso” la Nazionale tedesca con cui è stato campione del mondo nel 2014 e capocannoniere nel 2010. E l’ha fatto portando sulle spalle il numero 13. Non uno leggero, non uno normale. Lo indossava infatti nel 1974 l’altro Müller, Gerd, il “Bomber der Nation” che Thomas conosce bene essendo stato suo co-allenatore nel Bayern II. Lui l’ha preso prima dei Mondiali sudafricani perché nessuno la voleva e ne ha fatto un marchio di fabbrica. Senza curarsi della sfortuna che dovrebbe portare. Ad altri. E non a lui. Che è nato il 13 settembre, ha esordito al Mondiale un 13 giugno e che ha scritto anche la prefazione alla nuova edizione del libro di Max Morlock, uno degli eroi del “Miracolo di Berna” del 1954. Il titolo: “13: il mio numero fortunato”. Sì, come quello di Thomas.