Buffa e Pizzigoni raccontano Osvaldo Soriano

Buffa e Pizzigoni raccontano Osvaldo Soriano

“Conosci Sanfilippo? Conosci il grande José Sanfilippo?”

Siamo agli inizi degli Anni Settanta, un uomo pingue sta entrando in una pizzeria di corso di Porta Vigentina, a Milano, quando d’improvviso si pianta per esplodere questa frase. E’ sorpresa mista ad ammirazione, rivolta al suo interlocutore, uno dei pochi che ha il tempo e la voglia di dargli retta.

Perché Milano sarà anche la culla dell’editoria ma trovarne uno disposto a pubblicare il suo romanzo è davvero dura. Eppure si dice in giro, ed è la pura verità, che dopo Cent’anni di Solitudine di Garcia Marquez, la gente si è innamorata dei romanzi sudamericani, ed è pronta a leggerne a decine. Si sono avvicinati a Mario Vargas Llosa (e ci mancherebbe), si sta scoprendo Juan Carlos Onetti, si comincia a parlare di Julio Cortazar, ma c’è spazio per tutti, anche per nuovi autori.

Eppure Osvaldo Soriano, l’uomo pingue di cui sopra, in quel momento non sta pensando ai grattacapi legati alla pubblicazione, alla ricerca di un editore adatto, o a come limare lo scritto che ha con sé.

No. C’è Sanfilippo.

Ha trovato un interlocutore per parlare di calcio, addirittura della sua più grande passione: il San Lorenzo.

Il Club Atlético San Lorenzo de Almagro è la squadra del Boedo, il quartiere di Buenos Aires dove, si dice, è probabilmente nato il tango. Quello che è invece certo è che lì, nell’angolo tra le calles Boedo e San Juan proprio al centro del barrio, nel “Café del aeroplano” sono nati alcuni pezzi immortali della storia di questa musica che è uno dei simboli più autentici dell’identità argentina, col mastice del bandoneon sempre pronto a riaccenderti il pulsante dell’afflizione senza farti sprofondare nello sconforto. Un equilibrio instabile, frutto evidentemente di qualcosa di extra ordinario, di non terreno ma al tempo stesso umanissimo.

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“Sur”, un magistrale pezzo del repertorio classico tanguero, musicato dall’immortale Anibal Troilo e scritto da Homero Manzi (la versione cantata da Roberto Goyeneche non può non toccarvi l’anima): è stato composto in una notte boanerense proprio al Cafè più noto, allora, del Boedo. Una canzone, ma la parola, va da sé, è una diminutio, che, scrisse una volta il grande Ernesto Sabato, “vale più di tutti i miei scritti messi insieme”. Una uscita che racconta di quanto ammirazione abbia “Sur” per gli argentini, però “Sopra eroi e tombe”, e lo sa anche lei don Ernesto, deve essere letto.

Musica senza tempo. Il tango è Boedo. E Boedo è il San Lorenzo. Il legame con il club è inscindibile. La musica accompagna sempre la squadra coi canti della più artistica tifoseria d’Argentina e, probabilmente, del mondo. La creatività della Gloriosa Buteller è ormai celebre ma il mito di questa irripetibile hinchada si sviluppa in uno dei momenti più bui della storia del San Lorenzo. Nell’estate del 1981 il club di cui si innamorò, venerando René Pontoni, un tale Jorge Bertoglio, figlio di emigranti italiani che poi in Italia ritornerà, per risiedervi stabilmente, retrocede per la prima volta. Ed la prima volta non solo per il San Lorenzo, ma è una novità anche per le grandi: mai nessuna delle cinque, River, Boca, Racing, Independiente e, appunto, San Lorenzo, avevano abbandonato la prima divisione del calcio argentino. Quella caduta accelererà la regola, tutt’ora in voga, del “promedio”: il sistema in cui la media punti delle ultime tre stagioni decide la retrocessione. Una regola salva-grandi, insomma.

Il San Lorenzo giocava il campionato di Seconda Divisione, ma il suo stadio era sempre colmo. E all’interno risuonavano i più bei cori che uno stadio di calcio abbia mai accolto. Venivano innalzati dalla Butteler per un gruppo di giocatori che mettevano tutta la loro determinazione in campo nonostante le qualità tecniche e, soprattutto, la situazione che stavano vivendo fosse decisamente complicata. Parliamo di stipendi che non arrivavano, di docce mai calde, di difficoltà a trovare un campo di allenamento. Si autodefinirono, e passarono alla storia, come los Camboyanos, i cambogiani, proprio per evidenziare le condizioni estreme in cui erano costretti a svolgere il proprio lavoro. Eppure, in qualche modo, i risultati alla fine arrivarono, perché i cori della Butteler armano gambe e cuore di veri uomini come quelli, capaci di arrivare addirittura a una semifinale di Copa Libertadores, dove si arresero al grande Newell’s di Yudica, la base di quello che sarebbe arrivato dopo, indimenticabile e vincente, con Marcelo Bielsa sul “banco”. Sulla panchina dei Camboyanos passarono allenatori di autentico culto come Bora Milutinovic, che salutò tutti dopo aver battuto il Boca Juniors per accettare l’offerta dell’Udinese, e Hector “Bambino” Veira.

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I Cambogiani rimarranno per sempre nella storia, al pari della squadra di inizio secolo, quella che intraprese una tournée europea e frastornò così violentemente la cultura calcistica di Spagna che per molti anni “giocare come il San Lorenzo” era la locuzione per elogiare una squadra di ottimo livello. I Cambogiani rimarranno al pari di Sanfilippo.

A proposito, “Conosci Sanfilippo?”

Raffaele Selvatico è un fotografo, anche se ha fatto molto altro nella vita. Conosce bene l’Argentina e il suo fútbol. Se lo incontrate vi racconterà di tante splendide linee d’attacco di quel calcio, agganciando nomi e anni di nascita. “Sanfilippo era del ’35”, iniziò il discorso davanti a un entusiasta Osvaldo Soriano, ricompensato almeno per la sua passione per il Cuervo, il nomignolo del club per cui, evidentemente non a caso, fa il tifo Papa Francesco (in Argentina, terra dove l’idioma castigliano è solo un vago ricordo, sostituito da una lingua unica e in costante cambiamento, i preti si chiamano anche corvi, “cuervos”, e proprio un prete è il fondatore del San Lorenzo).

Soriano riuscirà a pubblicare il suo romanzo, “Triste, Solitario y Final” presso la casa editrice Vallecchi, ma l’opera non avrà molta fortuna all’uscita: si vendettero poche copie e in generale passo sotto silenzio un po’ ovunque. L’Argentina letteraria erano le sorelle Ocampo, quindi Borges, Puig, Bioy Casares ( peraltro marito di Silvina), Cortazar. Nessuno o in pochi si accorse di quel giovane  antiperonista, con più vaghe che confuse idee di sinistra e rivoluzione e qualche frequentazione tra i movimenti extraparlamentari. Però, sollecitato da Selvatico, riuscì a incontrare Oreste del Buono, un uomo che viaggiava qualche giro avanti a tutti nella comunicazione delle idee, come stava dimostrando anche con la direzione di Linus.

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“Scrivi di calcio”, pare averlo consigliato Del Buono, che era anche un grandissimo appassionato di football oltre che milanista accanito. E che spese molte ore con Soriano, in quell’oscuro 1973. Quel soggiorno milanese, quegli incontri avrebbero certamente cambiato la vita a Osvaldo, che poco alla volta affermerà il suo verbo, urbi et orbi, diventando un modello per tanti giovani narratori soprattutto di sport, di calcio, ma non solo.

 

 

Federico Buffa

Carlo Pizzigoni