Buffa e Pizzigoni raccontano El Cilindro

Buffa e Pizzigoni raccontano El Cilindro

Juan Domingo Perón.

A milioni in maniche di camicia bianca lo veneravano anche perché aveva sposato una donna Eva Duarte che aveva più carisma di lui.

 

Tra loro anche El Chitoro Maradona che aveva lasciato il nord della città per venire a vedere i loro comizi più da vicino e a cui una certa Doña Tota avrebbe regalato dei figli maschi di cui uno, quello mancino, avrebbe preso il posto di fianco a Eva nel cuore delle camicie bianche.

 

Un solo uomo era e resta sopra di loro.

 

Il nome di Peron è stato bandito da chi ne ha preso con la forza il posto per dicicassette anni, ma c’è uno stadio nel cuore del quartiere di Avellaneda, identico all’Italia meridionale degli anni 60, che ne porta il nome.

 

Per tutti però è noto come El Cilindro.

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Dicono che contenga 55.000 spettatori, ma quando il calcio era ancora pericolosamente romantico, ce ne sono entrati più del doppio per vedere la squadra che gioca lì dentro in biancazzurro giocare la finale della Coppa Intercontinentale del ’67, la prima vinta da una squadra argentina, anche se si dovette attendere la “bella”, contro il Celtic, giocata a Montevideo e firmata dal gol più famoso della storia del Racing, quello del “Chango” Cárdenas.

Le strade d’accesso al campo si chiamano calle Mozart e calle Corbata. Gli aficionados han sentito parlare del primo, e piangono se sentono anche solo nominare il secondo. Se ne aggiungerà una dedicata a un Principe che al Racing, ha ridato dignità, negli ultimi tempi, dopo anni di continue delusioni.

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Quando poi ci entrate in quel Cilindro e siete ospiti nella tribuna principale, trovate una statua lignea che raffigura un uomo vissuto all’inizio del secolo scorso che tripartiva la sua vita tra quello stadio, l’ippodromo e le sale d’incisione. Certo Carlos Gardel, che ritroveremo spesso in questo viaggio tutto argentino di Barracuda.

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È l’unico che può guardare il figlio di Chitoro ed Eva Duarte dall’alto.

Se v’interessa il Novecento argentino, non è idea da buttare seguire la storia di un club bonairense per il quale un socio di origine francese, Germán Vidaillac,  suggerì il nome Racing Club, buttando sul tavolo una rivista proveniente da oltre oceano, che catturò l’immaginazione di tutti i nuovi soci. Era l’Argentina che va costruendo l’Argentinidad.

Frotte di immigranti, provenienti soprattutto da Italia e Spagna, trovavano una lingua comune nel futbol e nella condivisione di spazi. La vita di club è una delle prime forme di socializzazione del Paese: dove tutto si mescola, dove tutto si incrocia.

L’italiano e lo spagnolo diventano argentini, senza perdere buona parte dell’identità familiare.

Nell’Argentina del 1884, si produce la celebre legge numero 1420 a favore di una educazione laica, pubblica e obbligatoria. Nasce l’Argentina. Nasce il futbol. Nasce il Racing.

Nella sede del club, oggi in Avenida Mitre, quella che unisce la città di Buenos Aires ad Avellaneda, potrete incontrare il busto di Alejandro Carbone, di chiara origine italiana, uno degli elementi chiave della fondazione della squadra, nel lontano 1903.

Il Racing fa incetta di titoli, in quella che in Argentina chiamano “Era Amateur”, prima del professionismo, insomma: dal 1913 al ’25 vince nove “scudetti”, di cui sette consecutivi.

Il Paese è la culla del belgioco, il Racing è la squadra di punta di questo movimento, tanto che nasce il nomignolo che qualifica da sempre il club, la Academia.

 

L’identità argentina si definisce o si redifinisce con l’avvento del peronismo. Oggi, una qualifica politica e forse sociale, dai contorni non più definiti. Negli Anni Quaranta, l’epicentro di tutto.

Ramón Cereijo è una figura chiave del movimento giustizialista che vive dell’immagine soprattutto di Evita, consegnata poi alla storia.

Cereijo è stato l’uomo dei conti, l’uomo che ha permesso al peronismo di mettere in pratica la politica di modernizzazione del Paese. Ministro delle Finanze, incentivò l’acquisto di navi ( quasi tutte da armatori italiani) e aerei (nascono le Aerolineas Argentinas), tutto sotto controllo di uno Stato che entrava in ogni piega della società. Soprattutto, si mise a capo di una serie di opere pubbliche. Strade, certo. Viadotti, sicuro.

Ma pure uno stadio. Non a caso, quello per la sua squadra del cuore, il Racing. Grazie al decreto 7395, un prestito di tre milioni di pesos (a cui poi dopo se ne aggiungono altri otto), viene destinato a un impianto che sarà intitolato al “Presidente Juan Domingo Perón”, in realtà poco appassionato di futbol e con una simpatia giovanile per il Boca.

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Tre anni di lavori, tra il 1947 e il ’50, poi ecco la nuova casa del Racing Club di Avellaneda. Dove non mancava mai di presentarsi Cereijo, che finanziò personalmente anche l’acquisto di qualche giocatore; negli anni del grande sciopero dei calciatori, che favorì l’esodo verso la Colombia e la lega pirata, i giocatori de la Academia rimasero in patria, grazie all’intervento governativo.

Cioè grazie a Cereijo.

Gli Anni Settanta e Ottanta furono un vero disastro per il Racing, che nell’83 conobbe anche, per la prima volta, l’onta della retrocessione

Nulla, in confronto a quello che stava per accadere.

Il 4 marzo del 1999, Liliana Ripoll, l’equivalente del curatore fallimentare, di fronte a telecamere e microfoni pronuncia una frase che ancora oggi mette i brividi ad ogni hinchas de la Academia: “el Racing Club ha dejado de existir”.

Smette di esistere.

 

La settimana successiva sarebbe iniziato il campionato.

 

Più di 45mila persone riempirono il Cilindro, il loro stadio, la loro casa. Record nazionale di presenze, in quella giornata.

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Avrebbero intonato canti e inni al Racing, suonato tamburi e costruito coriografie.

Ma in campo non c’era nessuno, perché la partita contro il Talleres di Cordoba non si sarebbe giocata.

 

Eppure erano tutti lì.

 

“Dale dale dale Academia.”

A perdifiato. E con le lacrime agli occhi

 

Lo spirito del Cilindro, prima dei politici, della raccolta di firme e della buona volontà di alcuni imprenditori, ha fatto rinascere il club che non poteva essere cancellato così.

 

Il 27 dicembre del 2001, dopo quasi quarant’anni dall’ultimo titolo, il Racing Club è di nuovo campione d’Argentina: in attacco schiera il giovane Diego Alberto Milito.

I tifosi della Academia in quella gioranta hanno riempito due stadi, quello del Vélez, il luogo dove si giocava la partita decisiva, e nello stesso tempo, anche il Cilindro.

 

“El tipo puede cambiar de todo: de cara, de casa, de familia, de novia, de religión, de Dios… pero hay una cosa que no puede cambiar… de pasión”, l’uomo può cambiare tutto, ma non la sua passione, si dice nel film “Il segreto dei suoi occhi”, Premio Oscar come migliore film straniero nel 2010. La battuta è del grande attore argentino Guillermo Francella. Non a caso, un grande tifoso del Racing. Un vero abitante del Cilindro, tempio di passione.

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FEDERICO BUFFA

CARLO PIZZIGONI