Buffa e Pizzigoni raccontano Carlos Gardel

Buffa e Pizzigoni raccontano Carlos Gardel

A Cañada de Gómez in una italianissima casa del sud della provincia di Santa Fe, nasce nei primi giorni del 1901, Giovanni Geloso.

In casa si parla rigorosamente il piemontese, e di lì a poco la famiglia, con Giovanni, ritornerà in Italia. Cresciuto, viene iscritto alla Scuola Navale di Savona, la sua città adottiva, ma il suo sogno è  quello di entrare nelle Ferrovie dello Stato. La sua passione, invece, il disegno meccanico, dove è preciso e rigoroso, senza perdere la fantasia che lo porta a studiare musica e a svolgere i compiti dell’operatore cinematografico nell’industria paterna. Quella, matita in mano e cervello sempre acceso, sarà la sua via, perché alcuni anni più tardi, terminate le scuole negli Stati Uniti dove nel frattempo si era trasferito e aveva trovato moglie, rientra in Italia per fondare, nei dintorni della vecchia stazione di Porta Nuova a Milano la “John Geloso S.A.” Da quello stabilimento, sorto nel 1931, nascerà il più celebre anche perché è il più diffuso, registratore portatile.

Ha in mano proprio un “Geloso” come in tutto il mondo lo chiamano Victor Hugo Morales, il più celebre relator della storia dello sport sudamericano (arrotondamento, almeno dal punto di vista geografico, per difetto), quando per la prima volta entra in uno stadio per raccontare una partita.

E’ il 1966, il palcoscenico è quello della Bombonera e contro il Boca padrone di casa gioca l’Argentinos Juniors.

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Morales racconta al Geloso e solo al Geloso la sua telecronaca, non è in diretta.

Quella è solo una prova. Un test, da consegnare al responsabile di una radio che ha intuito che in quel diciottenne risplende una allure differente.

Nella sala della stazione radiofonica, poche ore dopo il triplice fischio del match, un dito pigia il tasto verde della riproduzione.

Bastano venti secondi per capire, altri cinquanta l’esaminatore se li prende per gustarsi appieno quel suono rotondo, quella precisione dell’esposizione, quell’esplosione di voci e colori che l’immaginazione regala alla sua mente.

Poi il tasto STOP.

Morales aspetta trepidante la risposta.

Che sarà, poi, questa: “Vas a ser Gardel”.

Nel mondo rioplatense significa: “essere il  migliore”.

Perché mai nessuna ha cantato, canta e canterà meglio di Carlos Gardel.

Di più.

Come si dice in Argentina, “Gardel canta cada día mejor”.

Nonostante il suo cuore abbia smesso di battere un maledetto 24 di giugno del 1935, la sua voce sembra affinarsi ogni giorno di più, come se il nostro orecchio magicamente la accolga con sentimento sempre nuovo, decodificasse ogni giorno meglio quelle note uscite da crepitanti e polverose registrazioni.

Venuto al mondo probabilmente in Francia, a Tolosa, ma anche dall’Uruguay avanzano documenti per certificare la sua nascita nella Republica Oriental, Gardel, che non per nulla è il più grande supereroe della società argentina di tutti i tempi, avoca a sé il diritto di celebrare il battesimo: “Sono nato a Buenos Aires, all’età di due anni e mezzo.” E su questo, c’è poco da aggiungere perché Carlos è, dalla punta delle scarpe fino all’ultimo capello coperto di gommina, un porteño, un uomo della capitale Argentina e la sua vera lingua è il lunfardo, un idioma meticcio che ha solo come base il castigliano, ed tipico dei bassifondi di Buenos Aires.

Lì, dove è nato il tango. Questa parola non suona africana per caso, visto che è probabilmente il nome che si dava alle riunioni dei neri habaneros, provenienti cioè da Cuba.

Poi è diventata la musica dell’Argentina. E nessuno l’ha interpretata come il “morocho del Abasto”, il moretto del quartiere Abasto, dove è cresciuto Gardel.

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Là dove c’era l’erba e un mercato ora è stato eretto un supermercato, anzi un mall, ma lo spirito di quel barrio un po’ è rimasto, o forse è solo il ricordo di Gardel che te lo fa respirare quel clima antico, quando ci passi ora.

C’è una statua che lo ricorda, proprio in quel quartiere: doveroso omaggio, anche se il luogo dove si esegue il pellegrinaggio degli appassionati di tango è il cimitero della Chacarita, dove il cantante è sepolto. Lì, i veri fanatici, dopo aver deposto fiori freschi, accendono una sigaretta e la pongono tra le dita della statua che sovrasta la tomba.

Ad Abasto, Carlos, ancora solo moretto, era parte attiva in una delle diverse pandillas di ragazzini attivi nella zona, si era preso una pallottola da rivali o polizia: gli dei della musica l’avevano deviata all’ultimo, evitando che centrasse il cuore, ma quell’arnese di ferro gli rimarrà conficcato per sempre nel torace, chissà che centri qualcosa con quel suo meraviglioso modo di cantare. All’epoca dei fatti Gardel regalava già performance eccitanti, di lì a poco avrebbe, nel 1914, esordito nel prestigioso Teatro Nacional di Buenos Aires: per capire com’è andata basta osservare le sbiadite foto di quella sera, con Gardel portato fuori dalla sala in trionfo. Diventa il cantante del tango, del tango canción ( fu probabilmente il primo a registrarlo, in una rustica casa d’incisione: “Mi noche triste”, si intitolava il pezzo) anche se quando iniziò a cantare si sentiva solo l’erede dei Payadores, quei trovatori, un po’ sul modello medievale europeo, che si sfidavano a braccio nelle zone rurali dell’Argentina in costante agonismo poetico e con l’accompagnamento di una sola chitarra.

Di trionfo in trionfo passa la carriera del Morocho del Abasto che aveva, come quasi tutti gli argentini, altre due passioni: i cavalli, gli regaleranno anche purosangue che si dimostreranno però ronzini in corsa, e il futbol.

Una passione vera, il calcio, e un amore eterno, il Racing Club de Avellaneda, la sua squadra del cuore che conserva nel piccolo museo che un giorno probabilmente sarà pubblico, la copia del carnet de socio numero 11860 di proprietà di Gardel Carlos. Nel suo stadio, il Cilindro, il Racing ha posto l’ennesima statua (opera dell’artista Alejandro Enriquez) di Gardel: è seduto nella Platea A, quella centrale, mentre osserva la gara.

 

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Ovviamente è sorridente, perché sempre sorrideva Gardel. Anche se la lacrima in gol che tutti dicevano tenesse, per cantare in quel modo, te la regala ad ogni ascolto.

Perché l’opera di Gardel assomiglia alla vita. E’ complessa e giorno dopo giorno, e solo se ci interroghiamo, ne comprendiamo poco a poco il senso.

 

FEDERICO BUFFA

CARLO PIZZIGONI