BLACK PRIDE – PART I: LA CANZONE DA DURO DEL DOLCE SWEETBACK

BLACK PRIDE – PART I: LA CANZONE DA DURO DEL DOLCE SWEETBACK

L’orgoglio nero nel Cinema: come un film censurato e a basso budget del 1971 è diventato un’opera di culto

Sweet Sweetback’s Baadasssss Song.

Basterebbe il titolo originale per mandare tutti a casa, e peccato per l’edulcorata traduzione italica.

Quando ho visto per la prima volta sul grande schermo la terza opera di Mr.Melvin Van Peebles sono rimasto fulminato. All’uscita dalla sala il dubbio mi attanagliava: trashata o pietra miliare avanguardista?

La miscela potentissima di queste due potenziali verità accavallate l’una sull’altra e il sottilissimo confine oltrepassato avanti e indietro dal film con grande nonchalance sono alcuni dei pilastri su cui gradualmente è andato cementandosi il successo popolare e pure di botteghino di quello che ad oggi è legittimamente considerato un culto.

Meglio ancora, in epoca di #BlackLivesMatter può essere giustamente etichettato come un punto di riferimento pop dell’orgoglio afroamericano.

Tanto che qualcuno – naturalmente bianco – ha parlato addirittura di razzismo al contrario, confermando il riuscito raggiungimento dell’obiettivo primario di un’opera impregnata di attivismo “black” mascherato  – ma nemmeno troppo – dalle atmosfere erotiche, violente e surreali delle disavventure del protagonista, l’ormai mitologico Sweetback.

Ad aggiungere ulteriore smalto alla leggenda il fatto che il regista – Van Peebles – fosse pure l’interprete principale: immaginare lo sguardo da pesce lesso di Sweetback e il suo monumentale strumento di piacere dirigere un film dietro ad una macchina da presa è un altro dei tanti fattori che hanno proiettato il culto di “Sweet Sweetback’s Baadasssss Song” ad un livello raramente raggiunto dai suoi figli illegittimi, quelli che saranno poi definiti “blaxploitation movies”.

sweet-sweetbacks-baadasssss-song-1971-melvin-van-peebles-recensione-03

Ma di che stiamo parlando quindi?

Sweetback è un nero ingenuotto e mascalzone di Los Angeles adottato da un bordello che fin da piccolo si è fatto strada nel difficile mondo reale con il suo membro fuori scala, aggraziandosi le “sorelle” nere e trovando vie di fuga insperate in donne bianche ovviamente sedotte da un dono di Natura introvabile nei loro mariti.

Il “nostro” si caccia però in guai seri quando, arrestato da due poliziotti bianchi in accordo con il suo boss per dare un capro espiatorio alla comunità nera inferocita per un omicidio, ammazza uno dei due sbirri per proteggere un “fratello” delle Black Panthers arrestato insieme a lui.

L’ovvia e conseguente fuga dalle autorità e dall’attualissima – oggi come allora – “police brutality” è alla base della seconda metà del film: le situazioni improbabili in cui Sweetback si ritrova si accumulano in modo esilarante e a stereotipi invertiti, in una palese presa per il culo di tutto il sistema “bianco” – con la polizia ovviamente ritratta come stupida, corrotta, razzista e incompetente – impotente (in qualsiasi senso) di fronte a un pover’uomo in fuga solitaria verso il Messico, dai quartieri delle gang di L.A. fino al deserto della California.

Quello che più stupisce di un’opera conclusa in soli 19 giorni grazie anche ai 50mila dollari prestati da Bill Cosby (già…) a un regista dalla formazione professionale a dir poco rocambolesca (Van Peebles iniziò a fare corti “spronato” da un passante e fino al primo lungometraggio non aveva la più pallida idea di cosa occorresse per completare un vero film) è la dichiarazione d’intenti esplicita, mirata e incendiaria dell’intero progetto.

F**k the Power.

O meglio, ribaltiamo lo status quo ridicolizzandolo, mettendolo a nudo e spalle al muro. Mostriamo quanto ci è sempre stato negato. Quanto l’ipocrisia e il razzismo yankee ci ha sempre impedito.

Come il monito iniziale del regista può far intuire nei primi fotogrammi (“Questo film è dedicato a tutti i brothers and sisters che ne hanno avuto abbastanza dell’Uomo Bianco”) il film è un totale inno all’orgoglio nero, ai suoi simboli contrapposti a quelli dell’oppressore che governa. Una chiamata alle armi, a rialzare la testa.

È una rivoluzione in tutto e per tutto.

Il sesso rappresentato nei suoi estremi, dall’iniziazione di un Sweetback ancora puberale nel prologo a quello in pubblico, senza veli, senza tabù, sempre col sorriso. Divertimento ed emancipazione: uno scandalo per il 1971 cinematografico Usa, a maggior ragione considerando le scene di sesso reale girate dal regista che finì per beccarsi pure la gonorrea, cosa che gli consentì di chiedere al sindacato un rimborso per “infortunio sul lavoro” usato poi per acquistare dell’altra pellicola.

Il montaggio psichedelico, schizofrenico, intriso di tagli rozzi, zoom eccessivi, fuori fuoco, bruschi “stop motion” e repentine accelerazioni. Lenti di qualsiasi tipo e colore applicate alla mobilissima cinepresa a mano dal direttore della fotografia Bob Maxwell – un veterano del cinema porno – con esperimenti da vera avanguardia (come quella finale nel deserto).

La colonna sonora frenetica, interpretata dall’ennesimo simbolo black – gli Earth, Wind & Fire qui ancora agli esordi – capace di mescolare inni del movimento per i Diritti Civili degli anni ’60, temi funk, ululati orgasmici, suoni quotidiani esacerbati o completamente incoerenti con la messa in scena.

Praticamente la Nouvelle Vague e “Fino all’Ultimo Respiro” di Godard rifatti da un Malcom-X arrapato.

Un cinema sperimentale interpretato da un regista afroamericano cazzuto, militante e incazzato che in Francia aveva tra l’altro vissuto e girato la sua opera prima nel 1968.

Ovviamente un qualcosa di mai visto o quasi (“El Topo”, il western acido di Jodorowski, era uscito l’anno prima) e che manderà al manicomio un gran numero di “bianchi”, incapaci di spiegarsi uno sfregio così crudele e sfacciato a tutti i codicilli sociali, morali e filmici costruiti impunemente nei decenni precedenti.

Un Manifesto in tutto e per tutto, una denuncia dell’incubo quotidiano di una vita afroamericana negli Stati Uniti ben restituita dal trip allucinato del protagonista.

Una provocazione, uno slancio vitale e un grido di rabbia e libertà creativa, vitale e selvaggia che darà il coraggio necessario a tutti quelli che arriveranno poi: “Shaft”, capostipite del vero cinema blaxploitation, si dice cambiò il protagonista – da bianco a nero – dopo l’uscita di “Sweetback” al cinema, e così similmente molti altri discepoli del rigenerato cinema afroamericano.

Il mondo non si accorse subito che qualcosa di radicale stava cambiando, che una linea era stata tracciata e non si sarebbe più potuti tornare indietro: uscito in soli due cinema in tutta America, a Detroit e ad Atlanta, il film di Melvin impiegò un po’ per diventare oggetto di culto e metro di paragone, ma alla fine grazie al passaparola e alla forza eversiva del titolo riuscì ad accumulare l’astronomica cifra di 15 milioni di dollari, un risultato incredibile per un film indipendente e sperimentale di un regista nero.

SWEET-SWEETBACKS-BAADASSSSS-SONG-1-1450x815

“Sweet Sweetback’s Baadasssss Song” diventerà un monumento culturale e storico, un film dichiaratamente politico fondamentale nella storia afroamericana per tutti questi motivi e tanti altri ancora, rimanendo fedele al germe originario ben sottolineato dai credits: all’inizio con quello “Starring: The Black Community” ricordando a tutti che “questa storia riguarda tutti noi fratelli” e alla fine con quel “Watch Out! Baad Asssss Nigger is coming back to collect some dues” invocando al risveglio e al cambiamento epocale, fors’anche violento, della comunità nera.

La rivoluzione del Black Power.

Purtroppo 50 anni dopo la situazione non sembra tanto migliore, ma il messaggio del film oggi riecheggia forse ancor più limpido e intenso.

No Justice. No Peace.

Firmato Melvin Van Peebles aka Il Dolce Sweetback.

Miky Pettene