BARRACUDA ROCK: ARCTIC MONKEYS, STRAORDINARIO ESORDIO

BARRACUDA ROCK: ARCTIC MONKEYS, STRAORDINARIO ESORDIO

A 15 anni dall’uscita, ‘‘Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not’ rimane un disco irresistibile

Un vecchio adagio, in voga da almeno quarant’anni tra appassionati e addetti ai lavori, sostiene che il rock sia morto. Posto che al giorno d’oggi abbia ancora senso parlare di rock come genere musicale a sé stante, in effetti le argomentazioni per sostenere la tesi del suo definitivo trapasso non mancano. Sorpassato per rilevanza, impatto e successo commerciale da filoni più recenti e attuali come hip hop ed elettronica, il rock è un cadavere che però di tanto in tanto resuscita. Un po’ come nel 2006, quando le ondate grunge di inizio anni ‘90, il revival punk di Green Day e Offspring e il brit pop hanno da tempo esaurito la loro forza d’urto. Ed è in quel momento che quattro ragazzini inglesi, perché di ragazzini si tratta (20 anni l’età media della band), sbucano dal nulla come zombie usciti direttamente da una versione voce-chitarra-basso-batteria di ‘La notte dei morti viventi’ di Romero.  

A dire la verità, affermare che i quattro ragazzini sbuchino dal nulla nel gennaio di quell’anno è una forzatura. Gli Arctic Monkeys, infatti, esistono da circa quattro anni e durante tutto il 2005 hanno fatto parecchio parlare tra un EP autoprodotto (‘Five Minutes With Arctic Monkeys’) e un seguito che, soprattutto sul web, è aumentato di giorno in giorno. Intorno alla band c’è quella che viene definita hype, parecchia hype, tanto che a ottobre viene lanciato il video di ‘I Bet You Look Good On The Dancefloor’, che il cantante Alex Turner introduce citando un pezzo dei Public Enemy e invitando a ‘non credere all’hype’

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Per chi si imbatte per la prima volta negli Arctic Monkeys, ‘I Bet You Look Good On The Dancefloor’ rappresenta un utile manifesto programmatico di ciò che si troverà in ‘Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not’ (la passione della band per i titoli lunghi non scemerà con gli anni a venire). Il disco dovrebbe uscire il 30 gennaio del 2006 ma la Domino Records, etichetta indipendente con base a Londra che vanta a catalogo parecchi nomi eccellenti della scena alternativa, anticipa di una settimana l’arrivo nei negozi per evitare che la pirateria del web, all’epoca ancora parecchio attiva, ne diffonda il contenuto. Oltre alla pirateria del web, a metà degli anni zero anche il mercato discografico è ancora parecchio attivo, e l’hype che anticipa l’esordio degli Arctic Monkeys si rivela tutt’altro che futile. Nel Regno Unito ‘Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not’ vende 120.000 copie nel solo giorno d’uscita, 363.735 durante la prima settimana. E le vendite continueranno ad andare a gonfie vele anche nei mesi successivi, non solo in terra d’Albione.

I motivi dietro a un’affermazione così fragorosa stanno nell’abile gestione dell’immagine della band, nella eterna voglia di parte del pubblico di assistere alla resurrezione del rock (vedi sopra) ma soprattutto in un dato di fatto: ‘Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not’ è molto semplicemente un disco irresistibile. A cominciare dalla copertina, che ritrae l’amico e musicista Chris McClure all’ultima sigaretta dopo una lunga notte di bagordi e che attirerà le critiche delle autorità sanitarie scozzesi per, a loro dire, l’inopportuna propaganda del vizio del fumo (il management della band si difenderà sostenendo che le condizioni alquanto precarie del soggetto ritratto siano viceversa un monito nei confronti degli effetti deleteri del tabagismo).

Al di là della confezione, l’ingrediente segreto degli Arctic Monkeys si trova nelle 13 canzoni del loro esordio. ‘Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not’ è sotto molti punti di vista un disco perfetto, di una precisione estrema, dove tutto è al posto giusto, come cantava un’altra band inglese piuttosto famosa. I riff di chitarra, l’uso essenziale della sezione ritmica, le sfuriate alternate alle carezze melodiche, i ritornelli che si imprimono da subito nella corteccia cerebrale. I 41 minuti con cui gli Arctic Monkeys si presentano al mondo sono un compendio della musica anglosassone dei quarant’anni precedenti: dal punk al post-punk, dal garage rock al suono genericamente etichettato come indie.

E poi ci sono i testi di Turner, tutti declinati in prima persona, che portano a braccetto l’ascoltatore lungo un tour della periferia del Nord dell’Inghilterra. E’ una periferia molto diversa, quella degli Arctic Monkeys, rispetto a quella cantata da Clash, Joy Division e tanti altri a seguire. Quella raccontata da Turner è una periferia gentrificata, in cui il disagio non è né esistenziale né politico, dove lo sturm und drang adolescenziale viene filtrato attraverso il senso dell’umorismo dell’autore, che col tempo diventerà un vero e proprio marchio di fabbrica. Così si gioca nientemeno che con Sir William Shakespeare (‘e non c’è amore, niente Montecchi e Capuleti, solo canzoni che spaccano e DJ set e sogni di bruttezza’ in ‘I Bet You Look Good On The Dancefloor’), si ricordano le bravate della notte precedente (‘ieri ci hanno inseguiti dei tizi armati di manganello e cappello, non avevamo combinato un granché ma siamo comunque scappati, giusto per farci una risata’ in ‘Riot Van’) e si viaggia tra goffe storie di prostituzione (‘When The Sun Goes Down’) e incomprensioni amorose da disco-club (‘Dancing Shoes’). Nel concerto poco riuscito di ‘Fake Tales Of San Francisco’ (‘la band era un branco di segaioli del cazzo e io non mi sto affatto divertendo’) l’America, dove verrà concepito e registrato ‘Tranquillity Base Hotel & Casino’, picco della loro maturità, è lontana.

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Ed è lontana anche Londra, mentre se si ascolta con attenzione è possibile sentire il suono di una città spesso fuori dalla mappa del rock come Sheffield, pur terra natia di band diversissime tra loro come Def Leppard, Pulp, Human League, Cabaret Voltaire e molte altre. Quel suono, il suono forgiato a lunga distanza dalla mecca della musica inglese ma anche dalle varie Manchester e Bristol, è parte integrante dell’identità degli Arctic Monkeys, che anche all’apice della carriera manterranno un atteggiamento da outsider, capitati quasi per caso sulla ribalta e, in fondo in fondo, nemmeno troppo entusiasti della fama e del successo commerciale.

E di fama e successo commerciale gli Arctic Monkeys ne avranno in grande quantità nei quindici anni successivi, sfornando dischi mai banali, tra cui un altro paio di capolavori, e confermandosi come la più talentuosa e longeva tra le band della loro generazione. Proprio loro che, come candidamente ammesso nel 2018 in ‘Star Treatment’, ‘volevano solo essere come gli Strokes’ e sono diventati molto di più. Forse, pur con tutte le specifiche di genere anticipate in apertura, gli Arctic Monkeys sono diventati la miglior band rock in attività.

Di certo, ancora oggi, c’è che se alle prime note di ‘Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not’ non sentite l’impulso di saltare sulla sedia non è il rock a essere morto, siete voi.

Dario Costa