BARRACUDA STREAMING: THE NOTORIOUS B.I.G.

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Il nuovo documentario di Netflix ‘Biggie: I Got a Story to Tell’ racconta le origini di un’icona dell’hip-hop

Quando a Emmet Malloy, regista di documentari su stelle dello sport e della musica del calibro di Kevin Durant e White Stripes, è stato proposto di dirigere ‘Biggie: I Got a Story to Tell’ è probabile che la prima domanda balenatagli in tesa sia stata: come raccontare la storia di qualcuno che l’ha già raccontata in prima persona? Anzi, meglio: come raccontare la storia di qualcuno che l’ha già raccontata in prima persona costruendoci sopra la propria leggenda? Perché è fuori discussione come nel corso della sua carriera, tanto breve quanto intensa, Christopher George Latore Wallace, noto ai più come The Notorious B.I.G. o con diversi altri soprannomi, abbia prodotto un lungo romanzo di formazione in versi e rime. Un’opera omnicomprensiva in cui Biggie ha dettagliato tutto ciò che c’era da sapere su di lui e sulla sua vita.

A convincere Malloy pare sia stato il coinvolgimento della famiglia Wallace, in primis della madre Voletta, e di altri personaggi cruciali nella parabola di Biggie come Puff Diddy che in precedenza aveva sempre rifiutato di condividere i propri ricordi. Non solo, la quantità di materiale video originale e inedito, cortesia di Damion ‘D-Roc’ Butler, amico d’infanzia e fido collaboratore del rapper newyorkese fin dagli esordi, ha probabilmente fatto la differenza rispetto agli innumerevoli progetti precedenti dedicati al medesimo soggetto e poco riusciti.

‘Biggie: I Got a Story to Tell’ è un racconto corale sostenuto dalle testimonianze di chi ha conosciuto Christopher, come la madre e gli amici della prima ora, e di chi invece lo ha incrociato quando era già The Notorious B.I.G., come la moglie Faith Evans. Ognuno aggiunge un pezzo al puzzle che compone l’immagine del protagonista: c’è il bambino cresciuto da una mamma single, il portento che strabilia durante le prime sfide tra rapper sui marciapiedi cittadini, l’adolescente che molla la scuola e decide di darsi allo spaccio di droga all’angolo dietro casa, ci sono le origini giamaicane e il complicato rapporto con la paternità, i primi concerti da tutto esaurito e il cordone ombelicale che lo lega al mondo delle gang mai davvero reciso, nemmeno all’apice del successo commerciale.

E oltre alle persone che hanno accompagnato Biggie lungo il percorso verso la leggenda c’è il quartiere, che recita un ruolo di prim’ordine. Malloy usa una lente d’ingrandimento che partendo da New York ci fa vedere prima Brooklyn, poi Bed-Stuyvesant e quindi Fulton Street, focalizzando con sempre maggior attenzione il rettangolo di strade tra cui quella leggenda ha avuto origine. Si tratta di una città, New York, e di un quartiere, Brooklyn, molto distanti dalla loro attuale versione gentrificata, ma la mano del regista è abile nel non sostare troppo a lungo attorno al triangolo comunità afroamericana-criminalità-droga sui cui sarebbe stato facile insistere nel tentativo di drammatizzare ulteriormente gli eventi. Invece Malloy preferisce regalare delle chicche che aiutano a comprendere quanto, a prescindere dal contesto ambientale in cui è sbocciato, il talento di Biggie fosse del tutto unico. Come quando Donald Harrison, vicino di casa e raffinato musicista jazz con trascorsi nelle band di Miles Davis e Art Blakey, rivela il segreto del suo stile di rap così diverso da tutti gli altri sentiti fin lì (e pure da lì in avanti, a dire la verità).

Tra interviste d’epoca e testimonianze raccolte ad hoc vediamo The Notorious B.I.G. vestire i panni del salvatore dell’hip-hop newyorkese, schiacciato dalla predominanza della scuola west-coast di Dr.Dre e Snoop Dogg a inizio anni ’90, un ruolo che finirà per costargli la vita. E, inevitabilmente, verso la conclusione del documentario irrompe la figura di Tupac Shakur, qui ripreso insieme a Biggie in un’amichevole sfida a colpi di freestyle che appare quasi surreale alla luce della macabra follia che seguirà e che in una spirale di violenza e vendetta si porterà via entrambi.

Con una scelta narrativa azzeccata ‘Biggie: I Got a Story to Tell’ si apre e si chiude con la stessa sequenza: i funerali di The Notorious B.I.G.. Quella a cui si assiste è una specie di celebrazione a metà tra festa di quartiere e rito pagano, forse l’unico modo possibile di metabolizzare una tragedia immane e rendere il giusto tributo a un’icona.

Già, perché di autentica icona si tratta, come testimoniano i tanti murales che lo ritraggono sui muri, a Brooklyn come in altre parti del mondo. Un’icona dietro a cui si celava un ragazzo di soli 24 anni dalla storia personale complicata e dal talento ineguagliabile. Un talento che, nelle parole dell’amico di vecchia data Lil’ Cease, ‘ha salvato molte vite, ad eccezione della sua’.

Se prima di vedere il documentario volete acclimatarvi, ecco una playlist con il meglio del repertorio di The Notorious B.I.G.

Dario Costa