BARRACUDA SPORT: VITA E IMPRESE DI DENNIS RODMAN

BARRACUDA SPORT: VITA E IMPRESE DI DENNIS RODMAN

Campione, provocatore, squilibrato, icona: Il Verme compie 60 anni 

Se, come afferma Tolstoj nell’incipit di ‘Anna Karenina’, ‘tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro mentre ogni famiglia infelice è infelice a modo suo’, è altrettanto vero che tutte le stelle dello sport che arrivano da situazioni famigliari difficili hanno storie simili fra loro. In questo senso le origini di Dennis Rodman non si differenziano da quelle di molti colleghi: nato a Trenton, New Jersey ma cresciuto nei sobborghi di Dallas, figlio di un militare dell’aviazione americana che prima combatte in Vietnam e poi abbandona la famiglia per stabilirsi nelle Filippine, moderazione, equilibrio e stabilità sono tre concetti del tutto assenti nel corredo genetico del giovane Dennis. Il padre, prima e dopo aver lasciato la moglie Shirley per stabilirsi sull’isola, si dà parecchio da fare e la stima dei consanguinei oscilla tra 30 e 50, fratellastri e sorellastre che spunteranno un po’ ovunque una volta ottenuta la fama planetaria. L’infanzia e l’adolescenza di Rodman sono la classica sequela di stenti, continui traslochi, genitore unico con tre lavori e cattive frequentazioni. A un certo punto il giovane Dennis viene addirittura sbattuto fuori casa dalla madre, sfratto inappellabile a cui seguirà un periodo da vagabondo senza fissa dimora.

NON PROPRIO UN PREDESTINATO

A rendere particolare la parabola di Rodman, però, è un dettaglio: lo sport, spesso unica via di fuga per chi si trova in contesti simili, non è un’opzione per Dennis. A surclassarlo sul campo da basket, infatti, sono le sorelle Debra e Kim, entrambe parecchio dotate con la palla spicchi in mano (Debra vincerà due titoli nazionali con Louisiana Tech). A 15 anni il futuro pilastro di Pistons e Bulls mostra già la proverbiale grinta sotto i tabelloni, ma non arriva al metro e settanta, troppo poco per ambire a una borsa di studio per meriti sportivi. Terminato il percorso all’high school, Dennis si barcamena tra diversi impieghi stagionali e il basket diventa poco più che un passatempo. Un balzo di statura lo trasforma da ragazzo a uomo nell’arco di un’estate, aprendogli le porte al soggiorno presso la vicina North Central Texas a Gainesville, prima, e poi verso il triennio trascorso a Southeastern Oklahoma, non proprio l’eccellenza collegiale americana. Lì Rodman comincia a mettere in mostra l’inclinazione ad arrivare sempre primo sui rimbalzi, abilità che lo porterà parecchio lontano. La svolta arriva al Portsmouth Invitational del 1986, torneo dove vince il premio di MVP facendosi notare da diverse franchigie NBA, fin lì quasi del tutto indifferenti alle doti messe in mostra dall’ala dei Savages, curioso nome della squadra universitaria che si rivelerà profetico per l’evoluzione personale di Dennis.

Come vedeva il suo futuro il giovane Rodman

 IL VERME

Poco dopo, al draft 1986, i Detroit Pistons spendono per lui la 27° scelta. Dennis entra in NBA a 25 anni compiuti, decisamente tardi rispetto alle consuetudini dello sport professionistico. I quattordici anni che seguono sono una maratona folle, corsa senza mai fermarsi e sempre tenendosi ben distante dalla normalità. Rodman diventa in fretta una colonna dei Pistons di Chuck Daly che brutalizzano la lega vincendo due titoli consecutivi a fine anni ‘80. Il ruolo di terzo cardine a fianco di Isiah Thomas e Joe Dumars è praticamente perfetto, il contesto tecnico ed emotivo dei Bad Boys, rivali e antagonisti tanto dell’aristocrazia Celtics quanto del glamour losangelino dei Lakers, sembra studiato a tavolino per tirare fuori il meglio da quello che viene ribattezzato ‘Il Verme’, soprannome guadagnato grazie alla destrezza nello sgusciare tra gli avversari.

L’abbandono di coach Daly chiude il ciclo vincente e Rodman viene spedito a San Antonio, dove però fatica ad ambientarsi. Dopo due stagioni non indimenticabili, chiuse comunque a 17 rimbalzi di media, viene scambiato con Chicago. I Bulls in cui atterra ‘Il Verme’ sono reduci dal rientro di Michael Jordan, avvenuto durante la stagione precedente, e dalla bruciante eliminazione per mano dei giovani Magic di Shaquille O’Neal. Jordan e coach Phil Jackson hanno quindi dovuto fare i conti con la loro mortalità sportiva, la voglia di rivincita dà il via ad un triennio di onnipotenza e Rodman si ritaglia ancora una volta il ruolo di terzo incomodo dietro a MJ e all’altra stella Scottie Pippen. Come avvenuto nelle precedenti esperienze, Dennis si fa carico del lavoro sporco: rimbalzi, difesa e tanta, tanta aggressività.

Rimbalzi, tuffi per recuperare la palla, esultanze sguaiate: tutto il repertorio di Rodman sul parquet

CORTOCIRCUITO

Il periodo a Chicago è anche quello in cui Rodman entra in un cortocircuito senza fine tra uomo, giocatore e personaggio. La squadra, assoluta dominatrice della NBA, è oggetto di attenzioni mediatiche ai confini della morbosità, e se sul parquet è Jordan a essere protagonista indiscusso, fuori dal rettangolo di gioco a fare scalpore sono le stravaganze di Rodman. Dennis inizia a cambiare il colore dei capelli più o meno con la stessa frequenza con cui strappa i rimbalzi dalle mani degli avversari, il guardaroba diventa sempre più eccentrico, le notti brave a base di alcol si fanno sempre più intense e, giusto per non farsi mancare niente, arrivano anche relazioni con autentiche popstar come Madonna, prima, e celebrità del calibro di Carmen Electra, poi. Il corteo di paparazzi che lo insegue nelle scorribande si allunga a dismisura, reality show e rotocalchi fanno a pugni pur di avere una sua intervista. Rodman diventa un’icona, sembra godersi le vittorie con i Bulls e ancor di più i trionfi nei migliori, ma anche nei peggiori nightclub del paese.

Breve storia della richiesta di vacanze di Rodman a Jordan e coach Jackson

NERO, ROSSO E GIALLO

Il peso di un’infanzia e di un’adolescenza complicate, però, viene solo alleviato dai flash dei fotografi, dalle automobili lussuose e dai milioni di dollari guadagnati. Quel peso non scompare guardando l’alba dalla suite di un albergo a Las Vegas e nemmeno alzando l’ennesimo Larry O’Brien Trophy, anzi, si ripresenta, puntuale e implacabile, nei momenti di solitudine. Momenti di solitudine in cui Rodman soffre di sbalzi d’umore pesanti, arrivando addirittura a contemplare il suicidio. A trascinarlo fuori dal tunnel della depressione è l’incontro quasi casuale con un disco, ‘Ten’, e con la musica di una band, i Pearl Jam. La connessione con i Pearl Jam diventa ancora più profonda quando Rodman conosce di persona i membri della band e diventa amico intimo del cantante Eddie Vedder. Un’amicizia cementata dalla partecipazione di Dennis in ‘Black, Red, Yellow’, b-side di ‘Hail, Hail’ poi inserita nella raccolta ‘Lost Dogs’, e da diverse apparizioni durante i concerti della band, soprattutto nell’area metropolitana di Chicago.

8/10 il punteggio di Dennis, che qui offre anche notevoli versioni di ‘Jeremy’, ‘Betterman’ e ‘Yellow Ledbetter’

Le tre direttrici, pallacanestro, musica e amicizia, si scontrano nel giugno del 1996. I Bulls di cui sopra, ansiosi di riprendersi il titolo NBA, alle Finals trovano i Seattle Supersonics, amatissima squadra della città da cui arrivano i Pearl Jam. Vedder, a dire il vero, è originario di Evanston, cittadina non troppo distante da Chicago, e si trova così preso tra due fuochi. A sbrogliare la matassa emotiva ci pensa Jordan, che dell’emotività ha una concezione tutta sua e che domina la serie chiudendola sul 4-2 per i Bulls. Tra gli addetti ai lavori è opinione comune che, dopo l’inarrivabile MJ, il migliore in campo nell’arco di tutte le Finals sia stato proprio Rodman. L’ex-Pistons e Spurs, in effetti, cattura 14,7 rimbalzi di media e complica non poco la vita alla stella della squadra avversaria Shawn Kemp.

HALL OF FAMER

Nonostante una condotta non proprio da manuale dell’atleta professionista, ‘Il Verme’ rimane un fattore e tra il 1996 e il 1998 i Bulls suggellano il secondo threepeat della loro storia. Passaggi di poco conto a L.A., sponda Lakers, e a Dallas scrivono la parola fine alla carriera NBA di Rodman. Una carriera facile e allo stesso tempo difficile da definire, da incasellare nella storia del gioco. Facile perché i numeri parlano chiaro: 5 anelli di campione con 2 squadre diverse, 2 volte difensore dell’anno, 2 volte All-Star,14 stagioni da professionista, 7 volte miglior rimbalzista della lega, 11.954 rimbalzi totali catturati. Difficile perché mai come nel suo caso i numeri non dicono tutto: Rodman è stato uno di quei giocatori in grado di spostare gli equilibri senza per forza riempire il tabellino personale o finire negli highlight di giornata. Non solo, ‘Il Verme’ è stato prima di tutto un giocatore rivoluzionario.

Prima di lui, nella storia del basket l’arte di andare a rimbalzo era quasi sempre stata prerogativa dei giganti, atleti che superavano abbondantemente i due metri d’altezza. Rodman quell’arte l’ha padroneggiata, ridefinendone canoni e standard, dal basso di due metri scarsi (la misurazione ufficiale dice 201 centimetri, stima ritenuta eccessiva anche dal diretto interessato). E per diventare il miglior rimbalzista della NBA, nonché uno dei migliori di sempre, senza potersi avvalere del vantaggio in centimetri, Rodman ha dovuto mettere in campo un’energia cinetica folle. Va da sé che giocare con quell’intensità richiedeva uno sforzo atletico fuori dal comune, alimentato dal flusso continuo di adrenalina. Un flusso continuo apparentemente inesauribile, anche una volta rimessi canotta e pantaloncini nell’armadietto.

UNA PERSONA REALE

Per Rodman, la vita dopo il basket, non considerando le incursioni in ABA, Inghilterra e Filippine, è un concentrato di quanto già intravisto negli anni a Chicago e molto altro, forse persino troppo per essere contenuto in una singola esistenza. Il flusso di adrenalina scorre tra le avventure sul ring al fianco di Hulk Hogan, il ruolo di dirigente della famigerata Lingerie Football League, improbabili comparsate in film e serie TV, l’amicizia stretta con uno degli ultimi dittatori sanguinari e, a intervalli piuttosto regolari, procedimenti penali per disturbo della quiete pubblica, violenza domestica e guida in stato d’ebbrezza.

L’elenco di cui sopra potrebbe continuare all’infinito, ma sugli aspetti drammatici e su quelli pittoreschi della vita di Dennis Rodman si è speculato a sufficienza. Nei resoconti ufficiali, come nelle parti dedicategli in ‘The Last Dance’, sono invece state messe in secondo piano o addirittura eliminate tutte le caratteristiche che non contribuiscono alla versione macchiettistica del soggetto. Così non trovano spazio la timidezza, inclinazione naturale nascosta sotto la spacconeria ma ben nota a chi l’ha conosciuto durante gli anni a Detroit, o la generosità, sperimentata dai compagni sotto canestro e da molti altri a vario titolo fuori dai palazzetti, concorrendo tra l’altro a plasmare una situazione finanziaria alquanto instabile. Per scoprire questo lato di Rodman occorre grattare la superficie del personaggio monodimensionale che viene proposto di solito, è necessario andare oltre i piercing e le bravate alcoliche e le inverosimili missioni diplomatiche in Corea del Nord. Per quanto ovvio, è del tutto legittimo preferire la versione monodimensionale di Dennis Rodman, che di certo è la più divertente, l’importante è essere consapevoli che dietro alla caricatura esiste una persona reale, dal passato rocambolesco e dalla personalità complessa.

Rodman racconta Rodman, il tutto con una sincerità disarmante

RODMAN 4.0

Appare difficile, quasi impossibile immaginare cosa sarebbe stata l’epopea di Rodman qualora si fosse dipanata in un’epoca di onnipresenza social come quella attuale. La parte migliore delle sue imprese fuori dal campo, quella che ne ha scolpito la leggenda, è rappresentata dai racconti di chi l’ha visto in azione e vive soprattutto di aneddoti a cui, per fortuna, non corrispondono immagini o filmati. Il vuoto lasciato dall’assenza di telecamere e macchine fotografiche lascia così spazio all’immaginazione, alimentata dalle testimonianze dei presenti.

E l’assenza dello scrutinio continuo a cui sono ora sottoposte le stelle dello sport e dello spettacolo ha anche permesso a Rodman di mantenere un’altra caratteristica peculiare che lo differenzia da tanti colleghi, soprattutto da quelli arrivati al successo negli ultimi vent’anni: la spontaneità. Spontaneità intesa come attitudine generale e come rifiuto, o forse incapacità di costruire la propria immagine seguendo una trama prestabilita e adattandosi alle regole e alle esigenze dello show business. Spontaneità che Rodman ha interpretato come libertà assoluta di fare e dire tutto ciò che voleva, elevandola a vera e propria filosofia di vita.

Una scelta, quella di rispondere sempre e comunque solo al suo istinto, per cui il cinque volte campione NBA ha pagato un prezzo in termini di credibilità dentro e soprattutto fuori dal campo. E se la credibilità fuori dal parquet, pare di capire, non è mai stata di grande interesse per Rodman, gli straordinari risultati ottenuti con le maglie di Pistons e Bulls sono stati spesso e volentieri oscurati a dalla condotta stravagante e dalle dichiarazioni a effetto. Il fatto che ‘Il Verme’, oltre ad essere un giocatore eccezionale, fosse in grado di catalizzare l’attenzione dei media non si è rivelato un fattore di moltiplicazione dei suoi meriti e, per contro, ha dato vita ad un meccanismo di sottrazione di valore che l’ha lentamente emarginato dalla NBA.

È bizzarro constatarlo oggi, in un momento storico in cui ai grandi campioni si chiede di essere qualcosa in più, di esprimere la propria personalità in ambiti diversi da quello agonistico. Nonostante tutto, però, Dennis Rodman rimane un personaggio di culto con pochi eguali e, prima di tanti altri, anche lui è stato ‘più di un’atleta’. A modo suo.

Dario Costa