BARRACUDA? SOUNDS GOOD #3

BARRACUDA? SOUNDS GOOD #3

Le playlist Spotify delle migliori soundtrack di Barracuda Style – PAOLO SORRENTINO

Da Chopin a Leonard Cohen. Da Dalida aka Cristina Gigliotti ai Rolling Stones. Da Antonio Vivaldi a Giorgio Moroder.
Non c’è autore, non c’è genere musicale o rock band che il Cinema non abbia preso in prestito per coronare, accompagnare, incorniciare, sottolineare o concludere le scene più importanti di tutte le proprie opere.
È risaputo che molte scene lungo tutta la storia del Cinema siano state girate addirittura in funzione della musica o della canzone prescelte, pezzi talmente unici ed ossessionanti per il regista da guadagnare la priorità su immagini e dialoghi, teorici comandanti supremi della Settima Arte.

#BarracudaStyle sarà lieta quindi di offrire in questo 2019 una selezione multiforme, pop ed emozionante delle migliori colonne sonore che rappresentano lo stile delle nostre sneakers, ricercate ma coloratissime, raffinate ma giovanili, cool ma con sfumature vintage: in attesa di scoprire le vostre preferenze, come terzo episodio (avete visto il #1 con il prodigio canadese XAVIER DOLAN?) abbiamo scelto Paolo Sorrentino, uno degli indiscussi protagonisti del Cinema del nostro Paese e uno dei pochi ad avere ormai consolidato una fama internazionale, con film come “Il divo”, “This Must Be the Place” e “La grande bellezza”.

Una scelta “facile” ma che ci affascinava come poche altre, rappresentando efficacemente lo spirito Barracuda e un cinema vivace, patinato, variopinto, elegante, citazionistico, provocatorio, poetico, malinconico…i film di Sorrentino non possono prescindere dalla scelta musicale, anzi si auto-alimentano attraverso gli spartiti scelti dal loro creatore, vittima consapevole del fascino cupo e magnetico del punk-rock degli Anni Ottanta, tanto da generare degli esilaranti meme durante i suoi ringraziamenti per l’Oscar per il Miglior Film Straniero ricevuto nel 2014 per “La Grande Bellezza”.
Ringraziamenti appunto dedicati ai Talking Heads, gruppo post-punk americano degli 80s omaggiato nel film più “rock” dell’autore romano, “This Must be the Place” con Sean Penn sotto sedativi nei panni di una rockstar in cerca di un senso per la propria vita e carriera (il titolo dell’opera è lo stesso della canzone delle “Teste Parlanti”)…

Ma dovendo tornare indietro agli esordi di Sorrentino, è impossibile non citare almeno una scena del primissimo e già stupendo lungometraggio - “L’Uomo in più” del 2001 – con un Toni Servillo memorabile (e attore feticcio per eccellenza di Paolo) a dividersi in due ruoli, entrambi da protagonista: da un lato un calciatore infortunato e depresso, dall’altro un cantante di musica leggera alle prese con uno scandalo personale e i problemi con la droga. Servillo non solo recita, ma grazie a un talento sconfinato riesce pure a sembrare credibile nei panni di un cantautore napoletano vecchio stampo, la sigaretta sul palco e lo sguardo ammiccante verso il pubblico…un’ulteriore conferma del fascino esercitato su Sorrentino da tutta la componente musicale, poi replicata con un espediente simile – l’attore protagonista, cantante, chiamato ad esibirsi realmente di fronte alla cinepresa – anche in “This Must be the Place”

Prima del primo vero successo al botteghino – “Il Divo” nel 2008, film sulla figura controversa di Giulio Andreotti – Paolo Sorrentino era passato attraverso due esperienze molto interessanti, “Le conseguenze dell’amore” e “L’amico di famiglia”, due film diversi tra loro ma considerati spesso tra le sue migliori produzioni, più genuine e originali rispetto alla svolta pop, patinata, manieristica e forse un tantino fine a se stessa delle ultime opere (“Loro 1″ e “Loro 2″ soprattutto). “Le conseguenze dell’amore” rimane forse addirittura l’apice del Cinema di Sorrentino a livello narrativo e di creatività, con il solito encomiabile Servillo di nuovo protagonista di una parabola umana discendente contornata da musica indie, elettronica, classica (alcune composizioni sono originali, create da Pasquale Catalano) capace di dare al film un’atmosfera surreale, onirica, fatalista, romantica…

Se parliamo invece di apice estetico sorrentiniano – sia esso cinematografico o sonoro – la scelta ricade senza dubbio su “La Grande Bellezza”, decisamente l’operazione più ambiziosa di Sorrentino e quella maggiormente curata sul piano della colonna sonora, capace di spaziare dai cori gregoriani ai remix di Bob Sinclair, in una scenografia spettacolare come la Roma più sfarzosa, seducente  e storica frequentata da borghesi insoddisfatti, politici, splendide donne e ancora una volta Toni Servillo aka Jep Gambardella a condurre le danze, nei panni di uno scrittore disilluso alla ricerca degli ultimi rimasugli di purezza – di Bellezza – che potrebbero dare nuovamente senso alle cose…

Ma tra nani, feste, alcool, monologhi sulla vita, falsità e attimi apparentemente perfetti rovinati dal solito “squallore disgraziato e l’uomo miserabile” spicca tra tutte una scena sottovalutata, quasi nascosta in quanto coincidente con i titoli di coda del film, lasciati scorrere non sullo schermo nero ma attraverso uno straordinario piano sequenza conclusivo attraverso il Tevere e passando sotto i ponti in pietra di una Roma quieta e commovente. È qui, con “The Beatitudes” (Vladimir Martynov, Kronos Quartet) – l’ultima traccia della soundtrack - che riaffiora infine tutto il talento di Sorrentino, improvvisamente messo al servizio di un qualcosa di più Grande: forse una risposta alla ricerca de “La Grande Bellezza” ancora esiste…

Film diretti da Paolo Sorrentino:

2001: L’uomo in più
2004: Le conseguenze dell’amore
2006: L’amico di famiglia
2008: Il divo
2011: This Must Be the Place
2013: La grande bellezza
2015: Youth – La giovinezza
2018: Loro

 

Miky Pettene