BARRACUDA ROCK: LA RABBIA È UN DONO

BARRACUDA ROCK: LA RABBIA È UN DONO

Come e perché, sulla scia di Black Lives Matter, i Rage Against The Machine sono tornati alla ribalta

In epoca di streaming imperante, il mondo del music business si muove attraverso vie misteriose. Con interi cataloghi, discografie omnicomprensive sempre a disposizione, basta davvero poco perché una canzone o un album vivano momenti di gloria o, come nel caso dei Rage Against The Machine, tornino a brillare dopo anni di relativo oblio.

La storia in sé è piuttosto semplice: i movimenti di protesta, genericamente raggruppati con l’appellativo Black Lives Matter, si sono riaccesi dopo l’ennesimo caso di brutalità da parte della polizia americana finito in tragedia. La rabbia per la morte di George Floyd è sfociata in manifestazioni a tratti molto violente, soprattutto negli Stati Uniti, che hanno via via esteso il campo d’azione in ogni angolo del pianeta. Come inevitabile, quest’ondata di contestazioni ha trovato ampio spazio sui social network e, conseguenza altrettanto inevitabile, ha influenzato gli ascolti dei partecipanti alle manifestazioni o anche dei semplici simpatizzanti.

Le playlist ispirate a Black Lives Matter si sono decuplicate nel corso delle settimane, raccogliendo un po’ di tutto al loro interno, da Bob Dylan e Nina Simone a tanto, tanto rap e hip hop contemporaneo. Tra le canzoni più ascoltate, presenza quasi obbligatoria in molte di quelle playlist, è rispuntato un vecchio inno, in teoria appartenente a una generazione piuttosto distante dal punto di vista anagrafico e, per certi aspetti, anche da quello demografico rispetto a quella protagonista delle marce e delle dimostrazioni che hanno animato le strade di città grandi e piccole. ‘Killing In The Name’, forse la canzone simbolo dell’album d’esordio dei Rage Against The Machine, risale infatti 1992, data che apparentemente la collocherebbe fuori dalle coordinate spazio-temporali su cui si sono formati i gusti di ragazze e ragazzi che all’epoca non erano nemmeno nati.

Non solo, per quanto la loro formazione rappresenti un mix razziale alquanto insolito, tra Kenya, Italia, Messico e America WASP, il pubblico a cui i Rage Against The Machine si rivolgevano durante la prima fase della loro carriera era di fatto costituito da adolescenti maschi e bianchi, in alcuni casi non del tutto consapevoli del messaggio radicale espresso nei testi della band.

Invece, ancora una volta, la musica ci ha ricordato come una canzone possa sopravvivere al proprio tempo e diventare, se non eterna, patrimonio di chiunque si riconosca nelle sue note e nelle sue parole, a prescindere dall’età e dalla provenienza etnica. ‘Killing In The Name’, che inizia con la nemmeno tanto sottile allusione al razzismo sistemico delle forze dell’ordine statunitensi (‘some of those who work forces, are the same that burn crosses’) e si chiude sintetizzando al meglio l’atto di ribellione nella sua purezza (‘fuck you, i won’t do what you tell me’), ha finito per essere suonata a volume altissimo lungo i cortei, dagli altoparlanti piazzati sul palco di raduni improvvisati, negli auricolari di migliaia di persone. Più in generale, è l’intera produzione artistica della band californiana ad aver conosciuto un successo commerciale del tutto inaspettato.

L’omonimo disco di debutto è rientrato dopo tempo immemore nella top 200 di Billboard, mentre i successivi ‘Evil Empire’ (1996) e ‘The Battle Of Los Angeles’ (1999) si sono piazzati nella top 30 degli album rock stilata da Apple Music. Sono risultati che il gruppo non raggiungeva da oltre vent’anni, all’incirca dalla data di scioglimento, a cui sono seguiti progetti collaterali e dischi solisti dalle alterne fortune.

La chiave di questo ritorno di fiamma, espressione più che mai azzeccata, è facilmente individuabile nella cifra stilistica dei Rage Against The Machine. Il loro immaginario, seppur scolpito durante gli anni novanta, l’epoca d’oro della band, è di un’attualità sbalorditiva: repressione e controllo delle masse, sistema educativo fallace, discriminazione razziale, sessismo, abusi di potere e implacabile sete di giustizia sociale.

Quello di Zack de la Rocha, feroce critico del sistema iper-capitalistico (la ‘machine’ nel nome della band) che dagli Stati Uniti si è ormai esteso a livello globale, è un verbo in cui i militanti di Black Lives Matter si possono riconoscere. Le istanze portate avanti dai Rage Against The Machine nel corso dei decenni collimano in maniera pressoché perfetta con quelle del movimento. Quanto alla loro musica, un concentrato di punk, hardcore, funk e hip hop che rende impossibile restare fermi durante l’ascolto, risulta difficile, ancora oggi, trovare una miscela più inclusiva, cioè aperta ai gusti di una larghissima fetta di appassionati, e allo stesso tempo così esplosiva.

In precedenza, la storia della band, alquanto travagliata, non aveva contribuito a mantenere i Rage Against The Machine sotto le luci della ribalta. Assenti dal mercato discografico da tempo immemore, l’ultima prova in studio è l’album di cover ‘Renegades’ del 2000, Tom Morello e soci hanno puntellato gli ultimi due decenni con apparizioni live tanto sporadiche quanto memorabili. Eppure, con un tempismo che a posteriori appare quasi profetico, i quattro di Los Angeles avevano programmato una reunion accompagnata da un lungo tour tra Stati Uniti ed Europa.

La pandemia li ha costretti a posporre il tutto di un anno, rimandando al 2021 quello che, anche alla luce degli ultimi avvenimenti, diventa un appuntamento assolutamente da non perdere (le nuove date europee non sono ancora state annunciate). Anche se la loro ultima apparizione live risale al 2011 e nonostante l’età media dei quattro sia ormai vicina ai sessanta, c’è da scommettere che, una volta sul palco, la specialità della casa, una scarica d’adrenalina rilevabile anche dai sismometri più sensibili, verrà servita con meticolosa puntualità. E tra le prime file ai loro concerti i Rage Against The Machine potrebbero anche scorgere facce nuove, un pubblico di adepti raccolti durante questi mesi di tumulti e incertezza. Un pubblico ansioso di ascoltare ’Bombtrack’ e ‘Bulls On Parade’, ‘Freedom’ e ‘Sleep Now In The Fire’, di cantare e ballare e incanalare in maniera positiva tutta quella rabbia che, oggi più che mai, è un dono.

Perché in fondo, per parafrasare i Blues Brothers, se è vero che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, allora questo è davvero il momento perfetto per il ritorno dei Rage Against The Machine. Oppure, per citare direttamente le parole della loro ’Guerrilla Radio’, è sempre il momento perfetto per ribellarsi ad un sistema ingiusto e discriminatorio. E allora ‘what better place than here? what better time than now?’

Dario Costa