BARRACUDA ROCK: PEARL JAM, QUELLA NOTTE A SEATTLE

BARRACUDA ROCK: PEARL JAM, QUELLA NOTTE A SEATTLE

Il primo concerto dei Pearl Jam visto e ascoltato a 30 anni di distanza

La leggenda del rock, e più in generale della storia della musica, si nutre di episodi e aneddoti tramandati di generazione in generazione. Tra i più frequenti ci sono senza dubbio quelli che riguardano concerti memorabili, momenti in cui una band o un artista che di lì a poco diventeranno autentiche icone si trovano ancora agli esordi e suonano in locali di modeste dimensioni, davanti a un pubblico esiguo. Momenti come il 100 Club Punk Special del settembre 1976, che vedeva sul palco Sex Pistols, The Clash e Buzzcocks, gente destinata nel giro di pochi mesi a travolgere l’Inghilterra e il mondo intero.

Uno show a cui, dando retta alle testimonianze raccolte negli anni a venire, avrebbe partecipato l’intera comunità musicale londinese, da Paul Weller a Shane McGowan. La capienza del 100 Club, di poco superiore ai cinquecento spettatori, rende poco credibili molte di queste testimonianze, così come poco credibili sarebbero quelle di chi, nella primavera del 1966, avrebbe assistito alla jam session tra Jimi Hendrix e Jim Morrison sul palco di un piccolo club newyorkese chiamato The Scene.

Può apparire strano, ora, abituati come siamo a disporre di registrazioni audio e video quasi perfette praticamente per qualsiasi evento pubblico, ma di quei concerti epici rimangono solo dei bootleg di scarsissima qualità. E, a giudicare dalla confusione che sembra regnasse su entrambi i palchi, quello londinese e quello nel cuore di Broadway, forse è meglio così.

El Corazon, una volta chiamato Off Ramp Cafe (foto Miky Pettene)

VISTA AUTOSTRADA

Non che nel 1990 le tecniche di ripresa di un concerto fossero particolarmente avanzate, ma poteva capitare che i gestori del locale avessero una telecamera fissa con cui riprendere il palco oppure che qualcuno tra il pubblico s’incaricasse, in barba alle norme sul copyright, di immortalare il tutto. 

Non ci è dato sapere quale delle due opzioni sia stata scelta all’Off Ramp Cafe il 22 ottobre 1990, ciò che sappiamo è che quella sera, nel piccolo club di Seattle, si è scritta una pagina del grande libro del rock. Una pagina che oggi può essere comodamente sfogliata su YouTube, evenienza per svariati motivi del tutto inimmaginabile all’epoca dei fatti. 

All’epoca dei fatti, per l’appunto, l’Off Ramp Cafe è un club dove si fa musica dal vivo, ma che proprio come il 100 Club di Londra può ospitare giusto poche centinaia di spettatori, forse meno. Anche la location non è esattamente il massimo, il nome del locale deriva proprio dalla posizione logistica con vista sulla rampa che porta verso l’I-5 Express. Certo, tra l’agosto e il novembre del 1990 all’Off Ramp, oltre al concerto di cui parleremo tra poco, si esibiscono Alice In Chains, Temple Of The Dog e Nirvana. Si tratta di un vero e proprio sogno a occhi aperti per qualsiasi fanatico del grunge, anche se in quei mesi le band della scena cittadina sono ancora molto lontane dalla notorietà planetaria che li attende al primo giro di calendario. Già, la scena cittadina, è da lì che arrivano quasi tutti i musicisti che si esibiscono nel club e anche la sera del 22 ottobre, in scena, ci sono dei volti noti.Black Dog Forge, recording studio (foto Miky Pettene)

Il nome in cartellone recita Mookie Blaylock, ma è solo una delle tante provvisorietà che caratterizzano il gruppo in attesa di suonare per la prima volta. Il nome l’ha scelto il bassista, Jeff Ament, grande appassionato di NBA, perché ossessionato dalla figurina con l’effige dell’omonimo giocatore in forza ai New Jersey Nets. Il compagno di sezione ritmica di Ament, Dave Krusen, è un altra delle scelte provvisorie della band, primo di una lunga lista di nomi che si alterneranno dietro la batteria con alterne fortune. Stone Gossard, invece, di provvisorio non ha proprio niente: la sua chitarra ritmica è il pilastro attorno a cui è costruita la nuova formazione e con Ament vanta, ancor prima della comune militanza in gruppi dal discreto seguito, una profonda amicizia.

L’altro chitarrista è Mike McCready, anche lui faccia nota a Rain City che dopo aver tentato la fortuna al sole di Los Angeles ha deciso di tornare a casa. Il cantante, per contro, è poco più che uno sconosciuto totale. Se ne parla bene, il ragazzo bazzica Seattle da qualche settimana, anche se nessuno ha ben capito come sia arrivato lassù dopo una triangolazione tra San Diego, Chicago e Los Angeles che pare abbia coinvolto Joe Strummer, una pompa di benzina, i Red Hot Chili Peppers e un nastro, la cui etichetta dice ‘Momma-Son’, che ha compiuto un lungo viaggio via posta dallo stato di Washington alla California e ritorno.

L’atmosfera, quella sera, non sa tanto di hype, piuttosto c’è curiosità per scoprire di che materia sia fatta la nuova creatura di Ament e Gossard. In platea ci sono molti amici e musicisti, tra le band di Seattle chi non è in tour parcheggia il furgone vicino alla rampa, va a farsi una birra e ascolta questa nuova band dal nome curioso.

IL FUTURO DEL ROCK ’N’ ROLL

Il nome curioso, come detto, dura poco. Così come il nostro viaggio all’indietro nel tempo, che si conclude con il ritorno al presente per svelare un segreto di Pulcinella: quello dei Mookie Blaylock all’Off Ramp è il primo concerto di quelli che presto diventeranno i Pearl Jam. Il primo di una lunga, lunghissima serie ma a suo modo un unicum, giunto fino a noi e testimonianza storica nel vero senso della parola. A distanza di trent’anni, inutile negarlo, riascoltare quei quaranta minuti scarsi fa un certo effetto. A prescindere dalla resa sonora tutt’altro che ottimale, e al di là della devozione e del rispetto per la band, si tratta di un concerto pieno d’imperfezioni e titubanze.

E non potrebbe essere diversamente, perché al momento in cui Ament, Gossard, Krusen, McCready e Vedder, lo sconosciuto di cui sopra, imbracciano gli strumenti Andy Wood se n’è andato da poco più di sei mesi. I cinque hanno alle spalle giusto una manciata di prove in studio e l’influenza delle loro esperienze precedenti risulta evidente. Dagli amplificatori esce un suono che assomiglia parecchio ai Mother Love Bone, ultimo volo di Ament e Gossard schiantato dalla morte per overdose dell’amico e cantante, un hard rock dolente in cui McCready prova a infilare i suoi assoli da aspirante guitar-hero e il battito di Krusen rallenta un ritmo che si farà via via più frenetico.

Neumos, live music (foto Miky Pettene)

Su questa combinazione incerta si staglia la voce di Vedder, potente ma ancora indecisa tra il gettarsi a pieno verso le profondità di un baritono che fa tremare i polsi ai presenti e venature blues un po’ stucchevoli. I pezzi che andranno a comporre la spina dorsale di ‘Ten’, album di debutto per cui si dovrà attendere quasi un anno, sembrano ciò che sono: prototipi su cui i Pearl Jam, ovvero i Mookie Blaylock, hanno ancora parecchio da lavorare. Le parti melodiche che faranno la fortuna di inni come ‘Release’ e ‘Black’ ci sono già, ma il tempo e l’opera certosina in sala di registrazione le renderà sublimi.

Nei pezzi più tirati, come ‘Once’ e ‘Even Flow’, invece Vedder ricorda un animale in gabbia, stretto tra le sbarre di canzoni sempre sul punto di esplodere ma a cui manca, per il momento, il detonatore adatto. Paradossalmente sono ‘Alone’, ‘Breath’ e, in parte, ‘Just A Girl’ a fare una figura migliore. Quelle che finiranno per essere pregiatissime b-side, categoria di cui il periodo d’oro dei Pearl Jam si rivelerà florido, danno l’idea di essere più centrate, versioni quasi definitive delle seguenti registrazioni in studio. 

Che la band sul palco abbia quel ‘qualcosa’, canzoni e personalità, in grado di portarla in alto è intuibile, ma nessuno tra i presenti al primo live dei Mookie Blaylock può immaginare quanto in alto arriveranno i Pearl Jam, trasformandosi in una delle più formidabili macchine da concerti di sempre. Non c’è, per dire, tra il pubblico dell’Off Ramp, qualcuno che possa affermare ’questa notte ho visto il futuro del rock and roll’ come scriveva Jon Landau dopo aver assistito alla performance di Bruce Springsteen nel maggio del 1974. Eppure, dal 1990 in avanti, buona parte futuro del rock and roll passerà proprio dalle mani di Vedder e compagni.

QUESTIONE DI TOILETTE

Se sulla morte del rock si specula ormai da tempo immemore, a godere senz’altro di cattiva salute è il romanticismo che lo circonda. Nonostante l’indiscutibile peso storico che si portava sulle spalle, l’Off Ramp ha chiuso i battenti nel 1999. Oggi al suo posto c’è El Corazon, un locale dove si suona ancora dal vivo, soprattutto metal, ma che è assai diverso dal predecessore per spirito e atmosfera. Si dice, infatti, che persino i bagni ora onorino standard igienici di tutto rispetto, in aperta antitesi con quanto accadeva a inizio anni novanta. Il grunge, insomma, ammesso che sia mai esistito, pare aver trovato il suo oblio nella toilette di quello che fu l’Off Ramp.

E anche la scena di Seattle, un po’ come i gabinetti di club e bar della città, è oggi più ordinata e decisamente meno ruspante. Ci sono artisti di assoluto livello e di grande impatto come Macklemore e Fleet Foxes, ma l’eccitazione e la brama creativa che si respirava alla vigilia della rivoluzione che si sarebbe scatenata all’uscita di ‘Nevermind’ non appare replicabile. L’ambizione, forse mai davvero coltivata, di diventare epicentro stabile della musica americana si è arenata sulle lapidi dei tanti, troppi martiri come Cobain, Staley e Cornell.

Photo of Pearl Jam

A portare avanti la testimonianza di quei giorni, sono rimasti proprio i Mookie Blaylock, che da tre decenni riempiono arene e stadi di tutto il mondo con il nome di Pearl Jam. Sopravvissuti al successo improvviso, alla perdita di tanti amici e colleghi, agli inevitabili alti e bassi di una parabola così prolungata e all’incrocio tra fama e vita privata, in qualche modo sopravvissuti a sé stessi, coerenti fino alla noia, i cinque, ormai ragazzi un po’ attempati a cui si è unito in maniera stabile Matt Cameron, non paiono avere nessuna intenzione di fermarsi. 

La parola fine all’avventura cominciata sul palco dell’Off Ramp sembra ancora lontana, tanto lontana e remota quanto doveva sembrare una carriera trentennale vista da là, all’incrocio che porta sulla rampa per l’autostrada, in una notte di ottobre del 1990.

Testi: Dario Costa

Foto: Miky Pettene