BARRACUDA BASKETBALL: IL GRAN FINALE DELLA BOLLA NBA

BARRACUDA BASKETBALL: IL GRAN FINALE DELLA BOLLA NBA

Sette spunti in vista delle Nba Finals tra Lakers e Heat che iniziano questa notte nella bolla di Orlando

Quando, a inizio giugno, la NBA ha reso noto il proprio piano per recuperare la stagione interrotta tre mesi prima a causa della pandemia, l’incertezza regnava sovrana. Il progetto della bolla di Orlando, varato in partnership con la Disney, era tanto affascinante quanto temerario. L’equilibrio dal punto di vista sanitario si reggeva su un controllo ferreo di tutti i partecipanti, nel tentativo parecchio ambizioso, per qualcuno chimerico, di azzerare il numero dei contagi. I 170 milioni di dollari spesi per allestire l’area sigillata da e verso l’esterno, insieme a una organizzazione praticamente perfetta hanno retto per oltre tre mesi consentendo di arrivare ora all’atto conclusivo.

Nel mezzo del cammino verso le Nba Finals, poi, si sono riaccese le proteste collegate alla questione del razzismo e della brutalità della polizia verso la comunità afroamericana. Nonostante l’intera NBA si fosse già apertamente schierata al fianco del movimento Black Lives Matter, l’assassinio di Jacob Blake, ultimo di una lunghissima lista di precedenti, aveva fatto vacillare l’intero progetto della bolla. La decisione, più che mai sofferta, di rimettere piede in campo ha quindi aperto la strada a dei playoff bizzarri, sorprendenti e in alcuni tratti spettacolari. Una contesa da cui sono uscite vincenti i Miami Heat a est e i Los Angeles Lakers a ovest, prossimi protagonisti di una finale del tutto inedita e che regala molti spunti d’interesse.

Come si è arrivati alle Finals. Per i Lakers l’approdo in finale è sinonimo di pronostico rispettato, mentre gli Heat sono forse la novità più rilevante di questi playoff. LeBron James e compagni erano fin dall’inizio preannunciati come aspiranti al titolo, favoriti per la conquista della western conference al pari con i cugini Clippers, che invece svaniti di fronte alle prime difficoltà. Teste di serie dopo una regular season chiusa senza mai dare l’impressione di innestare le marce alte, il percorso dei Lakers verso le Finals è stato tutto sommato lineare, anche se i Denver Nuggets li hanno costretti ad alzare il livello della competizione rispetto ai compiti sbrigati tutto sommato in scioltezza contro Portland e Houston.

Miami, per contro, partiva dal quinto posto in stagione regolare, piazzamento senza infamia e senza lode in una eastern conference non proprio debordante di talento. All’avvio dei playoff, però, gli Heat si sono dimostrati la squadra più in forma della lega e hanno giocato come se fossero davvero la miglior squadra della lega. Con il trattamento riservato ai Bucks dell’MVP Antetokounmpo, per i bookmakers candidati numero uno alla vittoria finale, Jimmy Butler e compagni hanno reso noto al mondo il loro manifesto programmatico: difesa asfissiante, distribuzione delle responsabilità in attacco, gestione perfetta dei momenti chiave delle partite. Insomma, tutto ciò che serve per ambire all’anello di campioni NBA.

Cosa significa per i Lakers. Gli ultimi mesi sono stati complicati per tutti, in ogni angolo del pianeta, ma l’anno appena trascorso dai Los Angeles Lakers va oltre il concetto di complicazione o difficoltà. Giusto dodici mesi fa i gialloviola si trovavano in tournée in Cina, travolti dal ciclone generato dal famoso tweet di Daryl Morey sulle protese a Hong Kong, una preparazione alla prima palla a due non proprio delle più serene. Quanto a serenità, tuttavia, il peggio sarebbe arrivato poco dopo, con la dolorosa scomparsa di Kobe Bryant, leggenda e uomo simbolo della franchigia. Sulle spalle del duo James-Davis e di un lavoro eccellente svolto da coach Vogel e dal suo staff, i Lakers sono riusciti comunque a barcamenarsi tra tante piccole e grandi magagne, non ultima la rinuncia a giocare nella bolla da parte di Avery Bradley, elemento fondamentale del loro starting five.

Il ritorno alle Finals dopo dieci anni segna una svolta, la chiusura del periodo peggiore nella storia dei Lakers cominciato con il veto dell’allora commissioner David Stern alla trade che avrebbe portato Chris Paul in purple&gold e sfociato in sei stagioni consecutive senza playoff. Ora, la vittoria in finale sancirebbe l’aggancio ai rivali di sempre, i Boston Celtics, a quota 17 titoli. Un risultato epocale nel verso senso del termine, per cui è già pronta la dedica a un ragazzo che in carriera ha vestito solo la maglia dei Lakers e che è stato protagonista di 5 di quei titoli.

Cosa significa per gli Heat. Per gli Heat le ultime Finals, giocate e perse nel 2014, sono un po’ più recenti, ma non è che le stagioni successive siano stati molto più semplici di quelle dei loro prossimi avversari. La fase post-big three è stata segnata dai problemi di salute che hanno chiuso in anticipo la carriera di Chris Bosh e dalla continua ricerca di un assetto che consentisse di tornare competitivi. Erik Spoelstra, allenatore che ormai solo gli analfabeti del gioco tardano a riconoscere come tra i migliori delle lega, è rimasto il vero e unico punto fermo a cui Miami si è aggrappata nei passaggi più bui. Quella che inizia stanotte è la sesta finale nella storia poco più che trentennale degli Heat, ma sarà la prima in cui si presenteranno senza un corredo di stelle di primo piano. I tre titoli in bacheca portano le firme prestigiose di Shaquille O’Neal, Dwayne Wade e del grande ex LeBron James, il quarto potrebbe essere la sublimazione del concetto di ‘Heat culture’, insieme di etica lavorativa, attitudine al gioco corale e determinazione che sembra ormai essere parte integrante del DNA della franchigia.

LeBron James e la storia. Robert Horry e John Salley sono gli unici giocatori ad aver vinto il titolo NBA con tre squadre diverse. In entrambi i casi, pur nel rispetto per due autentici califfi del parquet, si tratta di role players il cui contributo è servito per avvalorare quello delle stelle con cui hanno giocato, da Jordan a Bryant passando per Olajuwon. Qualora James riuscisse nell’impresa, viceversa, sarebbe la prima superstar ad alzare il Larry O’Brien Trophy con tre maglie diverse. Si tratterebbe un’impresa straordinaria sotto ogni punto di vista, che regalerebbe a LeBron argomentazioni ancora più consistenti all’interno del dibattito sul miglior giocatore di sempre. Nell’anno che ha visto il mito di Michael Jordan tornare più che mai in auge grazie a ’The Last Dance’ sarebbe un colpo di coda clamoroso.

La rivincita di Jimmy Butler. L’epica dell’underdog è tra le predilette da parte di molti sportivi, e spesso viene distorta con l’intenzione di cercare stimoli per migliorarsi e competere. Nel caso di Jimmy Butler, però, il termine underdog non appare una forzatura. L’ala degli Heat si è dovuta infatti conquistare lo status di stella NBA partendo dal basso, dalla scelta numero 30 con cui i Chicago Bulls lo portavano tra i professionisti nel 2011. Le avventure successive a Minneapolis e Philadelphia si sono concluse poco felicemente, con Butler a forzare la sua via di fuga da ambienti in cui non si sentiva a suo agio per diverse ragioni.

A Miami, invece, Butler si è trovato a suo agio fin dal primo giorno, un po’ perché la ‘Heat culture’ di cui sopra sembra cucita dal sarto sulle sue caratteristiche attitudinali e un po’ perché il contesto di squadra si è rivelato essere, finalmente, quello ideale per la sua concezione di basket. Nel sistema architettato da Spoelstra, Butler non deve giocare per forza come la classica stella NBA, prendendosi la maggior parte dei tiri e accentrando su di sé la manovra offensiva, e può deferire ai compagni quando il flusso della partita lo richiede. Giunto alle prime Finals della sua carriera, Jimmy Butler proverà a testare questo approccio, così inusuale per le logiche della lega, anche sul palcoscenico più importante.

Gli altri protagonisti. Il motivo per cui i Lakers, che con una squadra non troppo dissimile da quella attuale non erano nemmeno approdati ai playoff la scorsa stagione, sono alle Finals è molto semplice e ha un nome e cognome: Anthony Davis. Se James è il motore della squadra, Davis ne è il braccio armato. Dalle prestazioni dell’ex-New Orleans passano molte delle speranze di titolo per i gialloviola, che al contempo possono contare su un supporting cast che finora ha funzionato bene tra working class hero come Alex Caruso e gente letteralmente resuscitata dal mondo dei morti NBA come Rondo e Howard.

Parlare di supporting cast per gli Heat, viceversa, è davvero riduttivo. Se Butler può essere considerato il leader emotivo e tecnico della squadra, Adebayo e Dragic hanno dimostrato di poter trascinare i compagni e di non subire la pressione durante le fasi calde delle partite. Andre Iguodala, alla sua sesta finale consecutiva, è il veterano che tutti vorrebbero al proprio fianco in occasioni come queste mentre Tyler Herro è il fattore sorpresa che, a soli vent’anni e alla stagione d’esordio in NBA, potrebbe stravolgere gli equilibri della serie.

Meglio del Trono di Spade. Le trame e sotto-trame che caratterizzano questa serie sono molte, ma gli attori principali sono due, uno per parte. LeBron James, come noto, ha vissuto una parte fondamentale della sua carriera proprio a Miami. Il divorzio con gli Heat, consumatosi nell’estate del 2014, non è stato esattamente amichevole e tra il giocatore e la franchigia rimangono parecchie questioni in sospeso. Questioni che ora potrebbero rientrare in questo scontro, il primo tra James e gli Heat ai playoff, anche perché i rapporti con ex-sodali come Spoelstra e Haslem vengono definiti ‘freddi’. A South Beach non hanno apprezzato il comportamento tenuto da James, a quanto pare negligente nel non avvertire della sua intenzione di tornare e Cleveland, in quei momenti. Di certo non l’ha apprezzato e non l’ha dimenticato l’altro volto in primo piano: Pat Riley. Quello che è il patriarca degli Heat, in sella dal 1995 prima come allenatore e poi come presidente, ha infatti un passato glorioso proprio con i Los Angeles Lakers.

Anche per Riley quello con la squadra dove ha vinto sei anelli, uno da giocatore, uno da assistente e quattro da head coach, è il primo scontro diretto della carriera nella post-season. Oltre alla questione personale con James, quindi, per Riley c’è in ballo anche il confronto con quella che per trent’anni ha chiamato casa, dove è cresciuto come uomo e professionista e dove ha forgiato la sua immagine di vincente. Come se non bastasse, nel caso in cui a trionfare fosse Miami, Riley riceverebbe il suo decimo anello di campione NBA, articolo di gioielleria di cui il diretto interessato fa sfoggio spesso e volentieri. Insomma, tra torti presunti o reali, vecchie ruggini, piccole o grandi vendette, queste Finals rappresentano un più che discreto premio di consolazione anche per gli orfani del Trono di Spade.

La serie, per l’appunto, comincia stanotte, il numero di episodi varierà tra 4 e 7 e l’unica certezza è che il finale resta ancora tutto da scrivere.

Dario Costa