BARRACUDA 1991: OUT OF TIME, LA GRANDE SVOLTA DEI R.E.M.

BARRACUDA 1991: OUT OF TIME, LA GRANDE SVOLTA DEI R.E.M.

#1991: un anno, dieci dischi – ‘Out Of Time’, la svolta verso il successo planetario degli R.E.M.

MURI DA ABBATTERE
Questa rubrica tratta dischi usciti nel 1991 e più in generale cose successe nello stesso anno. Per raccontare la storia che vogliamo raccontare dobbiamo però spostare indietro le lancette dell’orologio e andare al 1989, alla sera del 9 novembre. La data è di quelle che entrano nella memoria collettiva: poco prima di mezzanotte migliaia di persone varcano un confine che fino a poche ore prima era invalicabile passando da Berlino Est a Berlino Ovest. Il muro, che quel confine lo segnava da quasi trent’anni, cade sotto gli occhi di milioni, forse addirittura miliardi di spettatori davanti ai televisori di tutto il mondo.

Dall’altra parte dell’Atlantico, a 5.000 miglia di distanza, è tardo pomeriggio e Bill Berry, Peter Buck, Mike Mills e Michael Stipe si stanno godendo un prezioso giorno di riposo in attesa di chiudere con gli ultimi tre concerti il massacrante tour di supporto a ‘Green’. L’ultima fatica discografica a nome R.E.M. è uscita da un anno esatto, dodici mesi che la band ha trascorso on the road suonando praticamente ovunque. Il sesto album dei ragazzi di Athens, Georgia è stato il primo pubblicato con una major, la Warner Bros, e si è rivelato il più grande successo della loro discografia, arrivando addirittura a sfiorare la top ten delle classifiche di vendita statunitensi. Si tratta di un risultato straordinario perché gli R.E.M., fino a poco tempo prima, erano un piccolo culto che coinvolgeva giusto gli appassionati della scena alternative americana.

‘Green’ ha allargato quel culto, soprattutto grazie al singolo ‘Stand’, e ha concesso a Stipe e soci di farsi conoscere da un pubblico più ampio. Un pubblico raggiunto attraverso un tour capillare che ha toccato Stati Uniti ed Europa ma anche Giappone, Australia e Nuova Zelanda. La notorietà, però, ha un prezzo: la band arriva a novembre del 1989 esausta, con il serbatoio vuoto e tanta voglia di staccare dalla routine concerto-albergo-viaggio-concerto. Tra i quattro componenti della band fermenta una voglia di cambiamento che trova negli eventi di Berlino la rappresentazione simbolica quasi perfetta. Mentre osservano sullo schermo la pietra dura che crolla sotto i colpi dei berlinesi, agli R.E.M. risuona in testa il ritornello di ‘World Leader Pretend’, uno dei brani portanti di ‘Green’: ‘I raised the wall and I will be the one to knock it down’ (‘ho innalzato io il muro e sarò io ad abbatterlo’).

La canzone si rivelerà profetica, anticipando una rivoluzione più intima ma altrettanto radicale per la band, che di lì a poco abbatterà il muro che, consapevolmente o meno, aveva costruito attorno a sé. E dietro a quel muro ci sarà la celebrità planetaria.

UNA SPECIE DI ERRORE
Al giro di calendario la Germania, l’Europa e il mondo intero sono in fermento. La caduta del muro di Berlino ha segnato un cambio di passo, la diga è crollata e la marea travolge i vecchi equilibri politici e militari. Più modestamente, a inizio 1990, gli R.E.M. si trovano a dover metter mano al successore di ‘Green’. La Warner Bros vorrebbe sfruttare l’abbrivio accumulato con il lungo tour e spinge affinché si entri in studio il prima possibile. La band, però, nonostante i due mesi di pausa dopo l’ultimo concerto al Fox Theatre di Atlanta, non ha tutta questa voglia di rimettersi in pista. Peter Buck, per dire, non sopporta l’idea di riprendere in mano la chitarra elettrica e questo è un problema non da poco.

Sì perché al netto di qualche sperimentazione recente, come ‘The Wrong Child’ e ‘You Are Everything’, la trave portante del suono degli R.E.M. rimane la chitarra. Per sua stessa ammissione, quando si varca la soglia dei John Keane Studios di Athens, Buck sta ancora facendo pratica con strumenti che non siano la sei corde elettrica e acustica. Tra questi strumenti c’è il mandolino, che il chitarrista si porta a casa per improvvisare qualche melodia lontano dallo scrutinio dei compagni e del produttore, il fidatissimo Scott Litt. Una di queste melodie colpisce subito la band, che appena la ascolta comincia a lavorarci. Nel giro di pochi giorni, con un processo tanto rapido quanto spontaneo, da quella melodia nasce una canzone. È una canzone alquanto distante dal canone R.E.M. perché attorno al suono del mandolino di Buck si dispiegano 4 minuti e 28 secondi in cui il grande assente è il ritornello.

La leggenda narra che quando la band propone ‘Losing My Religion’ alla casa discografica come singolo apripista del nuovo disco, alla Warner Bros pensano che sia uno scherzo. Non bastasse la stravaganza della musica, Stipe se ne esce con un testo oscuro, enigmatico, che nel corso degli anni si presterà alle più svariate interpretazioni (dopo il ritiro dalle scene la band ammetterà di non aver mai discusso del significato del pezzo). Gli R.E.M., però, sono irremovibili: ‘Losing My Religion’ è il manifesto della loro voglia di cambiare, di avviare una fase nuova del loro percorso artistico e deve per forza essere il primo estratto dall’album. L’etichetta preferirebbe di gran lunga un altro brano uscito dalle sessioni di registrazione, quella ‘Shiny Happy People’ che sembra l’esatto contrario, l’antitesi di ‘Losing My Religion’, tanto che è quasi impossibile immaginare che le due canzoni possano far parte dello stesso disco, forse addirittura che arrivino dalla stessa band. Ad ogni modo, pur con molta riluttanza, la Warner Bros accetta l’imposizione e il 19 febbraio del 1991 lancia ‘Losing My Religion’ in avanscoperta a tre settimane dall’uscita di ‘Out Of Time’. Il video, diretto da Tarsem Singh, non fa nulla per spogliare la canzone della sua aura ermetica.

Il resto della storia è noto: quello che, secondo lo stesso Stipe, era nato come ‘una specie di errore’ imprime una svolta alla parabola della band. ‘Losing My Religion’ scala le classifiche, vince due Grammy Awards e il premio di MTV come miglior video dell’anno. Quella melodia così strana e quel testo così oscuro si rivelano contagiosi e la popolarità travolge la band. Gli R.E.M. diventano, e in un certo senso rimarranno per sempre, quelli di ‘Losing My Religion’.
Sotto molti punti di vista ‘Losing My Religion’ è il dito che indica la luna: il grande pubblico fissa il dito, ma sono in molti a scoprire la luna, ovvero la strabiliante musica degli R.E.M.

IN RITARDO
Dopo la fase iniziale ad Atlanta, gli R.E.M. si spostano ai Bearsville Studios di Woodstock, a quanto pare scelti perché Bill Berry ama il suono della batteria generato dalla particolare struttura della sala di registrazione. La band si prende tutto il tempo necessario per mettere in piedi esperimenti che segnano una cesura netta rispetto al passato. Si trova il tempo anche per coinvolgere nomi come Edward ‘Kidd’ Jordan, autentica leggenda della scena jazz di New Orleans che impreziosisce le composizioni con il suo sassofono. Il tempo trascorso a provare nuovi strumenti e in lunghe jam sessions con altri musicisti rallenta parecchio la tabella di marcia, tanto che quando è ora di mandare in stampa il disco la Warner Bros è costretta a insistere affinché gli si trovi un titolo. Gli R.E.M. sono in ritardo con questa e con molte altre decisioni, tra cui quella relativa all’artwork e alla copertina, così decidono di chiamare il disco proprio ‘Out Of Time’, in ritardo.

Il rush finale per rispettare la data d’uscita stabilita si rivela fonte di stress per la band e per la casa discografica, ma quando finalmente ‘Out Of Time’ vede la luce appare immediatamente chiaro a tutti come gli sforzi profusi siano andati a buon fine. Il settimo capitolo della saga targata R.E.M. è senza ombra di dubbio più vario e, per certi versi, più accessibile rispetto a ‘Green’. Ad aprire le danze, in tutti i sensi, è ‘Radio Song’, un pezzo che ha poco o niente a che spartire con il sound degli R.E.M. e che sconfina nei territori dominati da Prince e da certo funk-rock che sul finire degli anni ’80 gode di un discreto seguito. Il collegamento con Prince non è del tutto casuale perché il mixaggio di ‘Out Of Time’ è avvenuto proprio nei Paisley Studios di Minneapolis, seconda casa dell’autore di ‘Purple Rain’. Anche se ascoltata oggi suona un po’ datata, ‘Radio Song’ ha il merito di costruire un ponte con un genere in forte ascesa come l’hip-hop. KRS-One, rapper e produttore newyorkese, accompagna Stipe in una lunga reprimenda del sistema di promozione delle radio commerciali, le stesse che di lì a poco passeranno ‘Losing My Religion’ con frequenza sempre maggiore.

E KRS-One non è l’unica compagnia con cui Stipe condivide il microfono, ceduto a Mike Mills in ‘Texarkana’ e in ‘Near Wild Heaven’, forse il punto di congiunzione più vicino ai Beach Boys, idoli dichiarati. Ad arricchire le melodie vocali di ‘Near Wild Heaven’ c’è anche Kate Pierson, già nota per i suoi lavori con i B-52’s, band dalle venature new wave e conterranea degli R.E.M.. Pierson, poi, duetta con Stipe in ‘Me In Honey’, che chiude l’album, e soprattutto in ‘Shiny Happy People’, l’altro singolo di successo tratto da ‘Out Of Time’ e allo stesso tempo pomo della discordia per la band. L’accordo con la Warner Bros, infatti, prevede che ‘Shiny Happy People’ sia il secondo estratto dall’album e la casa discografica punta forte su questo brano sfacciatamente pop accompagnato da un video coloratissimo.

Il pubblico gradisce, canticchia la facile melodia e compra il disco. Alla Warner Bros si stappano bottiglie di quelle buone, mentre ad Athens l’entusiasmo rimane contenuto. Esclusa dal greatest hits del 2003 (ma presente in quello successivo allo scioglimento della band nel 2011), ‘Shiny Happy People’ verrà raramente suonata dal vivo e nonostante ciò diventa, insieme a ‘Losing My Religion’, la cartina di tornasole di ‘Out Of Time’. Il disco, però, offre molto altro: ‘Half a World Away’ è un’incursione ai limiti del folk guidata ancora dal mandolino di Buck e dagli archi, presenti anche altrove visto che per la prima volta gli R.E.M. si possono permettere di assoldare una vera e propria orchestra (nello specifico la Atlanta Symphony Orchestra). Il minimalismo di ‘Low’, che in qualche modo anticipa le atmosfere del successivo ‘Automatic For The People’, e la struggente ‘Country Feedback’ rappresentano forse il cuore dell’album.

Si tratta di due pezzi quasi privi di ritmica, puntellati dalle melodie di Buck e Mills, che qui dimostrano di possedere una maestria senza pari nel saper gestire qualsiasi tipo di approccio sonoro. E proprio questa maestria si traduce nella disomogeneità che caratterizza le undici canzoni, ognuna della quali sembra provenire da un universo sonoro a sé.
Il collante che tiene insieme i due lati del disco, denominati ‘Time Side’ e ‘Memory Side’, è rappresentato dalle parole di Michael Stipe.

LA SVOLTA
Secondo Stipe, ‘Out Of Time’ è un disco ‘nato da una sfida, anzi da una serie di sfide’. Per lui, che fin dagli esordi ha il compito di scrivere i testi che completano la musica creata dagli altri tre, la sfida consiste nel cambiare registro tematico. L’idea è quella di accantonare la connotazione d’impegno sociale e dedicarsi all’introspezione. Non è un compito facile, soprattutto perché le liriche di Stipe si sono sempre contraddistinte per la loro ambiguità. Con l’eccezione di ‘Belong’, tutte le canzoni comprese nel disco vedono un narratore in prima persona, ma questo non preclude le più svariate interpretazioni da parte degli ascoltatori. ‘Losing My Religion’, espressione che nel sud degli Stati Uniti è d’uso comune per significare che si è persa la pazienza, viene letta da molti come un inno all’ateismo. Per quanto gli R.E.M. tentino di allontanare la loro musica dalla dimensione politica, insomma, il pubblico continua a cercarla nelle loro canzoni. E la band, d’altro canto, recupera il terreno perduto con la performance alla premiazione dei Video Music Awards 1991.

Per gli R.E.M., usciti incolumi dai complicati anni ’80, ‘Out Of Time’ è il primo passo di un cammino destinato a durare ancora vent’anni, un arco di tempo durante il quale la band sarà in grado di cavalcare una popolarità sempre crescente mantenendo intatta la propria dignità autoriale. Dignità mantenuta anche attraverso scelte impopolari, come quella di non fare un tour a supporto del loro disco di maggior successo. Perché tale rimane ‘Out Of Time’, che forse non è il capolavoro degli R.E.M. ma di certo è il disco più importante della loro carriera e, a trent’anni di distanza, continua a stregare ascoltatori vecchi e nuovi con la medesima efficacia.

Dario Costa