BARRACUDA 1991: “NEVERMIND” E LA RIVOLUZIONE DEI NIRVANA

BARRACUDA 1991: “NEVERMIND” E LA RIVOLUZIONE DEI NIRVANA

#1991: un anno, dieci dischi – ‘Nevermind’ e l’improbabile rivoluzione dei Nirvana

WHISKY & GRAFFITI
Le origini di una delle canzoni più importanti della storia della musica non hanno niente di epico, tutt’altro. C’è di mezzo un profumo o, meglio, un deodorante. Un deodorante dozzinale, Teen Spirit, di quelli che si trovano sugli scaffali di ogni supermercato. L’episodio è stato raccontato migliaia di volte e comprende due giovani musicisti, Kurt Cobain e Kathleen Hanna, una bottiglia di whisky Canadian Club e svariate bombolette spray. I due condividono la bottiglia e, corroborati dal tasso alcolico, decidono di dare sfogo alla comune militanza cospargendo di slogan femministi i muri di Olympia, capoluogo della contea di Thurston che dista un’ora d’auto da Seattle.

Siamo nell’agosto del 1990, l’ondata che travolgerà la città è ancora in là da venire e i leader dei Nirvana e delle Bikini Kill fanno l’alba. Una volta rientrati nell’appartamento di Cobain, la sbornia da whisky ancora da smaltire, Hanna ha la brillante idea di suggellare la nottata scrivendo sul muro del salotto uno scherzoso ‘Kurt smells like Teen Spirit’. Il padrone di casa apprezza l’ironia e decide di non cancellare la scritta, almeno per il momento. Qualche mese più tardi Kurt telefona a Kathleen e, mentre discorrono del più e del meno, le chiede: ‘ti ricordi di quella scritta che hai lasciato sul muro del mio salotto? Mi sono accorto che suona proprio cool e credo la userò in qualche modo’.


La storia delle origini di ‘Smells Like Teen Spirit’ spiegata (e disegnata) bene

La genesi di ‘Smells Like Teen Spirit’ è bizzarra, eppure collima perfettamente con la natura della canzone: vista col senno di poi, infatti, quella del primo singolo estratto da ‘Nevermind’ è una storia di successo del tutto improbabile. Per provare a capire quanto quel successo così clamoroso fosse inverosimile, occorre riavvolgere il nastro e provare immergersi nella mentalità e nei gusti degli appassionati di musica dell’epoca.
All’orecchio di uno dei tanti hit-maker o esperti del mercato discografico, all’epoca industria ancora fiorente, ‘Smells Like Teen Spirit’ suona come una canzone adatta alle trasmissioni di qualche radio locale nello stato di Washington o magari in Oregon, buona per una nicchia di studenti di college ma con zero possibilità di scalare le classifiche. In effetti, pur restringendo il campo all’ambito del cosiddetto rock, a inizio anni ‘90 i modelli in voga sono quanto di più lontano dal suono e dalle caratteristiche identitarie dei Nirvana.

Per provare a costruire una hit occorre ispirarsi ai vari Aerosmith, Van Halen e ancor di più ai Guns ’n’ Roses, autentici mattatori delle classifiche e macchina da sold-out a ogni angolo del globo terraqueo. Il pezzo con cui i Nirvana inaugurano una nuova fase della loro carriera, iniziata con la controversa firma per una major come la Geffen l’anno precedente, ha poco o niente in comune con i tormentoni che affollano l’etere. A cominciare dal titolo, così bizzarro e per molti versi incomprensibile, per passare al ritornello che recita ‘mi sento stupido e contagioso’, ‘Smells Like Teen Spirit’ è materiale che nessuna radio commerciale, su entrambe le sponde dell’oceano, si sognerebbe di mandare in onda se non a tarda notte. Soprattutto per l’audience di lingua inglese, poi, l’attacco con la frase ‘carica i fucili e porta i tuoi amici’ creerebbe polemiche, a maggior ragione perché proprio in quegli anni il Parental Music Resource Centrer, associazione guidata dalla moglie del futuro vice-presidente degli Stati Uniti Tipper Gore e meglio nota con la sigla PMRC, sta conducendo una battaglia a tutto campo nel tentativo di censurare i testi di canzoni ritenuti diseducativi per il pubblico adolescente.

RIVOLUZIONE ESTETICA
Le linee guida che decidono la programmazione delle radio commerciali sono replicate dall’altro canale attraverso cui il pubblico conosce e consuma musica a inizio anni ’90: MTV. Ma se il contenuto di ‘Smells Like Teen Spirit’ c’entra poco o niente con le mode del momento, il video che i Nirvana confezionano per il suo lancio televisivo ha ancora meno a che vedere con tutto ciò che funziona per MTV. Nel video, diretto dal semi-esordiente Samuel Bayer, non compaiono automobili o motociclette dai colori sgargianti, non ci sono capelli cotonati, scene da party sfrenati o ragazze in bikini. A dire la verità le ragazze, anzi le cheerleader, ci sono ma non assomigliano per niente a quelle che di solito accompagnano i vari Motley Crue o Poison: ballano fuori tempo e sulla sobria divisa nera mostrano la ‘A’ cerchiata simbolo del movimento anarchico.

Il video finisce in heavy rotation tanto che per mesi sarà impossibile non imbattersi in quella che assomiglia alla fantasia di un liceale un po’ nerd, magari di quelli bullizzati dai compagni. Luci fioche illuminano una palestra malandata, la band suona eccedendo volutamente nella teatralità della performance, un bidello muove lo straccio a ritmo e sugli spalti ci si scatena tra headbanging e pogo. La carrellata di volti e corpi che compare sullo schermo è la perfetta antitesi del corrente concetto di ‘cool’: Converse All Star invece di stivali con il tacco, jeans consunti al posto dei pantaloni in pelle e camicie di flanella ovunque, quasi fossero l’uniforme di una generazione pronta a prendersi la scena.


Un video destinato a diventare iconico, ma che all’inizio non piace affatto a Kurt Cobain

La rivoluzione dei Nirvana è estetica ancor prima che musicale. Con i 4 minuti e 38 secondi di ‘Smells Like Teen Spirit’ Cobain e soci mettono fine, in maniera brusca, all’edonismo che aveva accompagnato il rock, almeno quello acclamato dal grande pubblico, durante gli anni ‘80. Uno scompiglio, quello scatenato dal successo del primo singolo tratto da ‘Nevermind’, che si lascia dietro parecchie vittime. La rottura traumatica con il passato è ben riassunta nella celebre scena del film ‘The Wrestler’, capolavoro del 2008 a firma Darren Aronofsky, in cui Marisa Tomei tesse le lodi della glam rock mentre Mickey Rourke improvvisa un balletto sulle note di ‘Round and Round’ dei Ratt. Lo stesso Rourke sentenzia ‘’e poi è arrivato quel finocchio di Kurt Cobain a rovinare tutto, che male c’era? Volevamo solo divertirci, io li odio quei cazzo di anni ‘90’’.

ALL KILLER, NO FILLER
Sotto molti punti di vista ‘Smells Like Teen Spirit’ è i Nirvana, o almeno la loro sublimazione destinata a rimanere impressa per sempre nella memoria collettiva, ma in ‘Nevermind’ c’è anche molto, moltissimo altro. Perché se è vero che la rivoluzione portata dai Nirvana è prima di tutto estetica, a fomentarla è la qualità della musica proposta. Si tratta di un altro aspetto se non rivoluzionario, quantomeno in controtendenza rispetto alle abitudini dell’epoca, caratterizzata da dischi zeppi di riempitivi il cui unico scopo è sorreggere i due o tre singoli destinati a scalare le classifiche e trascinare le vendite dell’album. ‘Nevermind’, invece, è un disco di dodici canzoni una più bella dell’altra.

Le dodici (tredici se si vuole considerare anche la traccia nascosta ‘Endless Nameless’) composizioni sono tutte potenziali singoli in grado di sfamare le radio e la stessa MTV, che dopo il boom di ‘Smells Like Teen Spirit’ non vedono l’ora di dare in pasto agli ascoltatori altre novità etichettate come grunge.
Nel giro di poco più di sei mesi il pubblico fagocita ‘Come As You Are’, ‘Lithium’ e ‘In Bloom’, che si trasformano in classici istantanei, inni cantati a squarciagola dai nuovi adepti spuntati ad ogni latitudine. La grandezza di ‘Nevermind’, tuttavia, sta nelle ‘altre’ canzoni, che in teoria dovrebbero servire a riempire lo spazio necessario per completare quello che allora qualcuno chiama ancora long playing. Si va dalla delicata disperazione di ‘Polly’ e ‘Something In The Way’ al mucchio selvaggio di ‘Territorial Pissings’ e ‘Stay Away’. In tutti i passaggi, che si tratti dei momenti in cui i tre spingono sull’acceleratore o delle aperture più melodiche, le armonie rasentano la perfezione. Dentro ‘Nevermind’ confluiscono tutte le influenze della band, ci sono echi di Kinks e Ramones, Pixies e Stooges, ma ad emergere è prima di tutto la spiccata sensibilità pop di Cobain. Sensibilità che il leader dei Nirvana affoga in una rabbia che da adolescenziale si farà presto esistenziale, cupo presagio del drammatico epilogo che lo attende.

Le canzoni dei Nirvana costruiscono un tetto sotto cui trovano posto milioni di adolescenti in cerca di riparo dalla rappresentazione predominante che vede il rock come accozzaglia di machismo e frivolezze. Al contrario di Mickey Rourke e Marisa Tomei, il pubblico che si innamora di ‘Nevermind’ non vuole solo divertirsi, vuole anche trovare qualcuno che ne condivida la sensazione di smarrimento e angoscia. A cavallo tra il declino delle grandi ideologie e l’avanzata prepotente di fenomeni come liberismo e globalizzazione, quella che viene catalogata come la ‘Generazione X’ ha un disperato bisogno di punti di riferimento e, ancor di più, di qualcuno che la rappresenti. E, suo malgrado, Cobain diventa il portavoce di questa generazione, un piedistallo da cui proverà a scendere in ogni modo, profondendo sforzi immani in un’opera di smitizzazione che si rivelerà però inefficace.


La vostra tipica intervista con una rockstar al picco di carriera (che inizia con 4 minuti dedicati ai dolori di stomaco)

L’ingresso di Dave Grohl, che prende il posto di Chad Channing alla batteria, regala al suono dei Nirvana una profondità e un’efficacia maggiori rispetto alle precedenti prove in studio, spronando al contempo Krist Novoselic a superare limiti tecnici evidenti. La produzione e il mixaggio del disco, frutto di una dibattuta cooperazione tra Burch Vig e Andy Wallace, all’inizio sembrano quasi troppo pulite per i gusti della band ma hanno il merito di garantire la piattaforma ideale, il trampolino di lancio perfetto per la musica dei Nirvana. E Cobain, Grohl e Novoselic, seppur con qualche timore, si tuffano.

NEONATI IN UNA PISCINA
Ora come ora, assuefatti all’immaterialità del consumo di musica, può apparire bizzarro soffermarsi sulla copertina di un disco. Eppure nel 1991, quando vinili, CD e audiocassette non sono ancora feticci da collezionisti, bensì prodotti a larga diffusione, l’impatto grafico della confezione è un elemento chiave per il successo di un album. Curiosamente anche il percorso che porta alla scelta della copertina di ‘Nevermind’ è frutto di una serie di fortunate coincidenze. La band vorrebbe utilizzare una foto di un parto in acqua, ma la Geffen ritiene troppo oneroso il costo dei diritti da pagare all’autore (circa 7.500 dollari). La casa discografica, alla ricerca di una soluzione più economica, si affida allora a Kirk Weddle, fotografo alle prime armi. Weddle ha un’idea: chiede ad una coppia di amici di portare il figlio neonato in una piscina pubblica californiana. E lì Spencer Elden, che ha solo 4 mesi, viene immortalato in uno scatto che farà scalpore, prima, e si trasformerà in una vera e propria icona, poi. La session fotografica dura mezz’ora, il risultato piace molto a Cobain e soci, un po’ meno alla Geffen.

L’oggetto del contendere è il pene del neonato, che la casa discografica vorrebbe in qualche modo coprire e che invece per i Nirvana deve rimanere dov’è: esattamente al centro della copertina del loro disco. La trattativa dura qualche settimana, alla fine è proprio Cobain a proporre una via d’uscita: il pene del giovanissimo Elden verrà coperto da un’etichetta che recita ‘se vi sentite offesi da questo, allora dovete essere segretamente pedofili’. Alla Geffen accusano il colpo e cedono, si va con il nudo integrale del neonato. D’altronde, pensano ai piani alti della sede di Santa Monica, ‘Nevermind’ è destinato a un’audience ristretta, non certo generalista, e le eventuali controversie saranno modeste.

Proprio in quei mesi Billboard ha istituito la categoria ‘alternative rock’ nelle sue classifiche, punto di riferimento del mercato discografico, e l’idea è che i Nirvana seguano le tracce dei Sonic Youth, che l’anno precedente hanno fatto il loro esordio con la Geffen vendendo circa 250.000 copie dell’album ‘Goo’. Anche l’investimento economico effettuato sulla band è contenuto: tra produzione, registrazione e pubblicità il budget è di poco superiore ai 100.000 dollari. Sono cifre che impressionano solo i diretti interessati, che per il loro esordio ‘Bleach’ di due anni prima avevano ricevuto dalla Sub Pop uno stanziamento di 850 dollari. Al momento dell’uscita la Geffen stampa 46.251 copie destinate al solo mercato americano, una quantità modica per le consuetudini dell’epoca, che testimonia le basse aspettative commerciali. I Nirvana vantano già un discreto seguito, curiosamente più ampio in Inghilterra che in patria, e la prospettiva è che con il supporto di una major possano allargarlo in modo da rendere profittevole l’investimento effettuato. Nessuno, dentro e fuori dagli uffici della casa discografica, s’immagina ciò che sta per accadere.

Gli esordi di ‘Nevermind’, assestatosi alla posizione 144 degli album più venduti negli Stati Uniti, sembrano dare ragione alla Geffen. Anche le recensioni della stampa specializzata sono tiepide, citano quasi tutte i Sonic Youth e valutano con entusiasmo misurato la seconda prova dei Nirvana. Steve Lamacq, su NME, autentica istituzione britannica in grado di stroncare o lanciare la carriera di band e artisti in cerca d’affermazione, lo definisce ‘il disco ideale per chi vorrebbe farsi piacere i Metallica ma non ne sopporta l’assenza di melodie’. Lamacq chiude la sua breve recensione con un moto di ottimismo affermando che ‘Nevermind è il disco alternative americano di questo autunno, ma il suo successo potrebbe anche durare per tutto il prossimo anno’.

CAMBIO DI PASSO
Considerare ‘Nevermind’ un disco del 1991 è una forzatura. Certo, la data d’uscita (24 settembre) in questo senso non lascia dubbi, ma gli ultimi mesi dell’anno rappresentano di fatto una lunga fase di riscaldamento in cui i Nirvana prendono la rincorsa in vista del salto che li attende al primo giro di calendario. Senza che la Geffen modifichi in modo significativo la sobria campagna promozionale, trascinato dalla veemenza di ‘Smells Like Teen Spirit’ il disco comincia a vendere sì 250.000 copie, ma alla settimana. E così, in un cambio della guardia che sa di evento storico, l’11 gennaio 1992 ‘Nevermind’ scalza ‘Dangerous’, ultima fatica dell’indiscusso Re del pop Michael Jackson, dalla testa delle classifiche. Il terremoto che sconvolge il panorama della musica e della cultura pop fa registrare le prime, potentissime scosse. L’epicentro è a Seattle, e sono i riff di Cobain a liberare le onde sismiche che verranno cavalcate subito dopo da conterranei come Alice In Chains, Pearl Jam e Soundgarden e da molti altri un po’ ovunque.

Di colpo i Nirvana fanno sembrare irrilevanti, forse anche un po’ ridicole, tutte le band che solo un momento prima dominavano in radio, in televisione e sui palchi. E lo fanno riportando in auge il concetto di spontaneità, in una sorta di replica del trattamento riservato dal movimento punk al pomposo rock di fine anni ’70. Per suonare i pezzi dei Nirvana non occorre essere dei virtuosi e così milioni di ragazzi e ragazze in giro per il mondo imbracciano uno strumento nel tentativo di replicare i riff di ‘Come As You Are’ o le parti di batteria di ‘Drain You’. Inoltre, essere di bell’aspetto, piacere agli altri e godere di buona popolarità non è più un requisito necessario per formare una band, si può fare musica anche se si è, o ci si sente, emarginati, brutti e impacciati. Anzi, la fantasia da liceali bullizzati nobilitata dal video di ‘Smells Like Teen Spirit’ e più in generale dall’iconografia che circonda i Nirvana e tutto il movimento grunge riesce nell’impresa di capovolgere la situazione: ora essere ‘cool’ significa apparire il meno ‘cool’ possibile.

Non solo, con il successo di ‘Nevermind’ la distanza tra ciò che viene ritenuto ‘mainstream’ e ciò che ricade sotto la categoria ‘alternative’ si accorcia bruscamente. Giudicare questo cambiamento con il metro di misura attuale non aiuta a rendere l’idea di un passaggio decisivo nella storia della musica, perché è proprio l’esplosione dei Nirvana ad aprire a molti artisti di nicchia le porte verso un pubblico più ampio. Kurt Cobain e soci riscrivono le regole del mercato discografico, che però ci metterà poco ad adattarsi alla nuova realtà, generando una sequela di epigoni quasi mai all’altezza dell’ispirazione originaria.
Nonostante l’inevitabile opera di normalizzazione operata dal music business, a trent’anni dalla pubblicazione l’impatto di ‘Nevermind’ resta comunque evidente non solo nei numeri, oltre 30 milioni di copie vendute dal 1991 ad oggi, quanto nei tanti tributi e nell’influenza esercitata anche su nomi lontani, almeno in teoria, per coordinate temporali e stilistiche come Billie Eilish e Post Malone.


Il tributo ai Nirvana firmato Post Malone, campione della scena hip-hop contemporanea

A prescindere da quanto succederà dopo, le complicazioni, gli alti e bassi, un seguito oscuro e malato come ‘In Utero’, l’unplugged di MTV e la tragedia del 5 aprile 1994, la bellezza scolpita in quei 49 minuti rimane intatta. Così come, a tre decadi di distanza, rimane intatto il valore trasformativo di un disco che ha plasmato l’immaginario di un’intera generazione e che con il suo successo ha modificato il corso degli eventi. Non è azzardato affermare che senza ‘Nevermind’ il mondo della musica e della cultura pop sarebbe completamente diverso da quello che conosciamo oggi. E infine, più di ogni altra cosa, ‘Nevermind’ è davvero l’ultima occasione accordataci per ascoltare un Kurt Cobain felice di fare ciò che fa, prima che la tristezza diventi un buco nero e il ragazzo che di notte riempiva di graffiti i muri di Olympia decida che è meglio bruciare alla svelta piuttosto che svanire lentamente.

Dario Costa