Band of Horses in dieci canzoni

Band of Horses in dieci canzoni

From Seattle with love, alla scoperta di una delle migliori rock band degli anni zero, i Band of Horses.

BOH (1)

Anche se lui è nato a Irmo, ridente cittadina della California del Sud, a nemmeno vent’anni si era già trasferito con gli amici di una vita nella piovosa Seattle.

Archiviata l’esperienza con la sua precedente band (i notevoli Carissa’s Wierd) e scelta la centrale operativa, Seattle appunto, Ben Bridwell inizia a scrivere le sue prime canzoni con Mat Brooke. I demo del gruppo arrivano ben presto a Sam Beam (più conosciuto come Iron & Wine) che rimane intrigato dal suono di quelle tracce acustiche e da quelle evocative quanto ispirate linee vocali. Il passo è breve, Ben chiama altri musicisti, forma i Band of Horses e in men che non si dica arriva la Sub Pop a bussare alla porta. Contratto firmato, canzoni scritte, il gruppo vola in studio e incide il debutto, Everything All the Time, che rimane tuttora una delle migliori prove del gruppo.

Segue l’inizialmente sottovalutato, ma poi ampiamente rivalutato, Cease to Begin che amplia le coordinate musicali della formazione. Tempo tre anni e i Band of Horses, con una line-up del tutto rivoluzionata, danno alle stampe il loro lavoro più celebre – Infinite Arms – dove i suoni folk e i certi forti sapori roots iniziano a fare capolino tra le loro composizioni. Con diversi componenti che se ne vanno e tornano, è facile sbagliare strada. Fortunatamente invece i Band of Horses paiono trarre giovamento da tutto questo e con l’arrivo di Ryan Monroe e Tyler Ramsey trovano finalmente la loro forma ideale (ma non finale, il secondo se ne andrà dopo qualche tempo).

BOH (2)

Seguono due dischi tutto sommato di routine, che però non fanno che confermare la caratura del gruppo. L’ultimo dei due, intitolato Why Are You OK, vede gli Horses sperimentare con suoni squisitamente alt-rock e avvalersi non solo della produzione del grande Jason Lytle dei Grandaddy ma pure della chitarra di uno degli eroi dell’indie rock (J Mascis dei Dinosaur Jr) nella canzone In a Drawer.

Uno dei principali meriti dei Band of Horses è quello di essere riusciti a creare un’ideale ponte che lega la poesia e le atmosfere acustiche che sanno tanto di Laurel Canyon alle ruvidezze del rock underground figlio diretto dei Pixies, dei Sonic Youth meno noisey e compagnia bella fino ad arrivare alla classicità del suono di uno dei migliori gruppi di sempre, The Band.

Oltre a questo, ci sono i loro cinque album più un ottimo disco dal vivo (Acoustic at The Ryman) che riesce a mettere in risalto la pura poesia di Bridwell. Nell’attesa che il gruppo decida di tornare in studio e incidere qualcosa di nuovo, qui sotto trovate una playlist con dieci delle loro migliori canzoni. Fatevi un favore e ascoltatevi tutti i loro dischi, ne vale davvero la pena.

Luca Villa

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.