AWOLNATION in dieci canzoni

AWOLNATION in dieci canzoni

Alla scoperta di un gruppo che non ha alcun timore a incidere canzoni con dei riff alla Slayer e cori che manco i New Radicals del 1998 sono mai stati in grado di scrivere.

I’m running out of faith, be careful who you tell

AWOLNATION, Guilty Filthy Soul

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Dietro a uno dei gruppi più interessanti degli ultimi anni c’è un ragazzo che ha da poco compiuto quarantun’anni. Il suo nome è Aaron Bruno e ha passato i suoi primi trent’anni a cantare in sconosciute band indie come gli Hometown Hero e gli Under the Influence of Giants, senza però mai arrivare a quel successo tanto sognato.

Poi, una decina di anni fa, lo nota un PR della Red Bull Records di proprietà di Red Bull, proprio lei, la nota azienda americana produttrice di bevande energetiche, e concede ad Aaron l’utilizzo dei suoi studi di Los Angeles. Per Bruno è l’inizio di una strada tutta in salita con pezzi che scalano rapidamente le classifiche come l’ormai famosa Sail, usata nelle serie televisive di mezzo mondo e in metà dei film girati dal 2011 in poi (non è proprio così, ma rende comunque l’idea).

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La regola dietro il progetto AWOLNATION pare essere soltanto una: non avere alcuna regola. Senza apparente soluzione di continuità (per i puristi dei generi, s’intende), nel giro di quattro dischi il gruppo è riuscito miracolosamente a far convivere un riff alla Black Sabbath con un coro alla Wham. Oppure delle tastiere che sanno di Foreigner al 100% con una strofa che sembra pescata a caso da uno degli ultimi dischi dei Red Hot Chili Peppers (forse questo non è un caso: il chitarrista della formazione è Zach Irons, figlio di Jack, ovvero il batterista originale del gruppo capitanato da Anthony Kiedis).

Unire dunque sonorità elettroniche, soul e R&B ad altre che sembrano provenire direttamente da un disco heavy metal oppure una ritmica alla Dead Kennedys con un coro che sarebbe potuto essere incluso in un qualunque disco pop iper prodotto degli anni ottanta. Una ricetta perfetta per un possibile disastro che nelle mani di Aaron riesce invece a convincere – inaspettatamente – anche l’ascoltatore più distratto. Non è poco, vero?

Il modo migliore per scoprire gli AWOLNATION (tutto in stampatello, mi raccomando) è ascoltare la playlist qui sotto, ideale biglietto da visita per entrare nel mondo di uno dei gruppi americani più interessanti di questo periodo.

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.