Arturo Vidal, l’anima del Cile

Arturo Vidal, l’anima del Cile

Probabilmente era l’uomo più felice del mondo, Arturo Vidal, la notte in cui il Cile ha vinto la sua prima Copa America. Certo, è stato un piacere essere riconosciuto come miglior giocatore della manifestazione. Ma quello è il meno. Come nemmeno troppo importante è stato rimuovere dai pensieri che erano stati due suoi gravi errori, nella semifinale del Mondiale under 20 del 2007, a favorire la vittoria proprio dell’Argentina del Kun Aguero e di Di Maria: averli battuti nella finale di Copa America, loro due e tutti gli altri argentini, fenomeno Messi compreso, lo ha fatto certamente stare bene. Tutta quella marea rossa, quello sventolio di bandiere, forse della più bella bandiera del mondo, all’interno dello Stadio Nacional, lo riempiva d’orgoglio.

Durante il torneo, ha rischiato per l’ennesima volta di essere escluso dalla Selección causa l’ennesima mattana. Con la sua Ferrari si era schiantato all’alba, stampa e Paese si erano divisi sostanzialmente a metà: ha ancora senso tenere in Nazionale, la squadra simbolo di un Paese,un tipo del genere, che ciclicamente è in mezzo a qualche pasticcio? E perché deve essere assolto dal processo: non è un esempio, si sentiva anche dire.

 

Jorge Sampaoli, il CT del Cile, l’uomo che aveva l’ultima parola, ha optato per la sola tirata d’orecchio. Vero, si dirà, mica fesso a tenere fuori il suo miglior giocatore. Ma non è solo quello: Vidal è andato, lacrimante, davanti alle telecamere, di fronte a tutto il Paese, a chiedere perdono per quello che aveva combinato: “ sono stato un irresponsabile, ho messo in pericolo la mia famiglia e altre persone, miei concittadini.” Montate, sentite o meno, quelle parole hanno colpito l’immaginario collettivo cileno.

Arturo Vidal è l’uomo del popolo, è l’anima della gente: non a caso la presidente della repubblica Michelle Bachelet si è affrettata ad incontrarlo, a stargli vicino, come del resto ha sempre fatto: dall’infortunio premondiale ( dove ha giocato nonostante fosse davvero a rischio) fino al matrimonio del giocatore della Juventus, celebrato a fine dicembre e in cui lui ha espressamente chiesto la partecipazione del primo ministro in carica.

 

Vidal è il Cile profondo. Non quello del supposto miracolo economico celebrato dai Chicago Boys fedeli a Milton Friedman che hanno, durante gli anni della dittatura di Pinochet, condotto la politica economica del Paese: mantenendo sì, un livello medio di benessere diffuso, ma con feroci costi sociali, che colpiva le popolazioni meno abbienti. Tra queste, ultimi tra gli ultimi, i Vidal. C’erano quelli che trovavano un lavoro all’estero, molti in Venezuela, e poi c’erano i Vidal, che non potevano proprio economicamente abbandonare il Cile.

Una vita di fatica e umiliazioni e non così tanto di rado non c’era nulla da mangiare. Il padre, alcolista cronico, si dice per errore avesse incendiato la baracca dove vivevano: sua madre Jackeline, aveva tirato fuori uno alla volta i suoi cinque figli, rischiando la vita: mai più avrebbe voluto vedere l’uomo che aveva sposato. Arturo coi fratelli cresce senza padre, e con la mamma che si spezza la schiena per portare a casa qualche dollaro. Davanti casa, a San Joaquín, non esattamente il quartiere più in di Santiago, c’era un polveroso “campo di calcio”, virgolette d’obbligo. Lì lo aveva visto un certo Enrique Carreño: “ Arturo, ma tu devi giocare a calcio! Sei un fenomeno, hai nove anni e giochi con i quindicenni senza paura, perché perdi il tuo tempo ad accompagnarmi per pulire i cavalli all’ippodromo?” Soldi, mancavano tremendamente quattro soldi per portare avanti la famiglia. Però inizia a tirare calci seriamente a una palla nel club del quartiere: a 11 anni entra nel Rodelindo Román: gli unici che hanno esultato di più degli juventini per il trasferimento in Italia di Vidal: per loro c’era pure un sostanzioso premio di valorizzazione, anche se gli aiuti di Arturo, non sono mai mancati al suo primo club.

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“ Ok, ti accompagno io al campo del Colo Colo: mi devi solo promettere che ti impegni in ogni allenamento e che appena finisci vai a curare i tuoi fratelli?” “ D’accordo mamma”. Poche parole, perché Jackeline è di quelle persone che nella vita han capito molto presto, forse troppo, che sono più importanti i fatti. Da molto tempo, quel nome è inciso sulla pelle di Arturo: il rapporto tra i due è simbiotico, non c’è nessun altro consigliere che deve ascoltare Vidal, prima di prendere una decisione. C’è solo lei, mamma Jackeline, quella a cui a 12 anni disse, dopo l’ennesima crisi di pianto, perché la vita non gliene faceva passare una: “ Tra qualche tempo, non avremo più problemi, diventerò un calciatore famoso e penserò a tutto io”.

FUTBOL, COLO COLO/C. BOLOGNESI SUD AMERICANA 2006

La stessa cosa che pensò Claudio Borghi, il tecnico della prima squadra (quello che in gioventù fece innamorare Silvio Berlusconi, che lo volle nel suo Milan: risultati modesti), quando lo vide allenarsi nelle giovanili del Colo Colo: “ Chi è il 23?” “ No, profe, noi siamo qui per vedere il 9, ci serve una punta da mettere in panchina, per la prossima gara, ricorda?” “ Il 23 da domani si allena con noi”. Il 23 era Vidal.

Jackeline cominciava a crederci: arrivavano in casa 1500 dollari al mese. Un sogno. Ma non facciamo brutte figure: siamo poveri ma dignitosi e prima del primo allenamento, controllò personalmente con ancora maggiore scrupolo l’igiene di Arturo: “ fammi vedere bene i denti! Per lavarti usa il nuovo sapone che ti ho comprato!”

Vidal, più profumato del solito, vinceva il suo primo campionato. Avevano smesso di chiamarlo Cometierra, perché mangiava l’erba quando giocava. Ora per tutti era “Celia Punk”. La cresta obbediva alla seconda parte del soprannome. Celia era dovuto a Celia Cruz, probabilmente la più amata cantante di salsa di tutto il latinoamerica: difficile trovare qualcuno che non muova le anche e un po’ si commuova davanti a quella meravigliosa voce. Arturo cantava sempre, quell’inno, “la vida es un carnaval”:

 

“Todo aquel que piense que la vida siempre es cruel,
tiene que saber que no es asi,
que tan solo hay momentos malos, y todo pasa.
Todo aquel que piense que esto nunca va a cambiar,
tiene que saber que no es asi,
que al mal tiempo buena cara, y todo pasa.”

 

Urlato a squarciagola. Continuamente: “nooooo ha que lloraaaaar, que la vida es un carnaval,
es mas bello vivir cantando” Lo aveva detto alla mamma, no? Tutto si sistema. E tutto si è sistemato. Ora è una star del calcio cileno, e modelle e atricette se lo contendono.

Vive da sempre Arturo, come se fosse continuamente in cerca di un riscatto, che la vita gli deve, dopo che lo ha umiliato, nei suoi primi anni di esistenza.

Esattamente come accadde con Borghi, ecco che un osservatore tedesco sta girando il Subcontinente alla ricerca di attaccanti. Ha una serie di X sul suo taccuino: troppo scarso, troppo caro. Vediamoci questo attaccante della U de Chile. Immediato il fonogramma al Bayer Leverkusen: “non ho trovato punte, ma ho scoperto un fenomeno. Triplicate la vendita di aspirine, ma questo è da prender subito”. Quasi nove milioni di euro per l’ottanta per cento del cartellino: raramente si era speso così sul mercato cileno, ma nessuno, al Bayer, si è mai lamentato, anzi. Anche perché Vidal, esattamente come faceva nel  Rodelindo Román, ti gioca tutti i ruoli. Laterale, centrale di difesa o di centrocampo, mezzapunta. Nel Cile under 20, lui e Mauricio Isla continuano a cambiare posizione in campo, senza perdere in produzione. Di quella squadra, di quei giocatori si innamora il Marcelo Bielsa, che non ha dubbi su dove rientrare in panchina dopo la vittoria dell’oro olimpico con l’Argentina. Il Loco pretende dalla federazione cilena anche la gestione delle squadre giovanili. Cambia, con il suo arrivo. la mentalità di quel futbol: è la prima pietra per la costruzione di una squadra che pochi giorni fa ha vinto la prima Copa America.

Vidal è diventato un giocatore ancora più decisivo in Italia, grazie alla grande intuizione di Fabio Paratici, che se lo è andato a prendere in Germania. Oggi Arturo ha vinto per la prima volta un trofeo con la Roja.

Non c’era un posto differente per festeggiare la conquista della Copa America: avrebbe dovuto ( se non ci fosse stato un lutto nella famiglia della moglie) farlo a San Joaquín, il quartiere dove è cresciuto, e dove sono nate differenti scuole calcio e impianti sportivi che portano il nome di Arturo. Li ha voluti lui. Dove tutto è cominciato, dove vive l’anima profonda del Cile.

Chile Vidal

 

CARLO PIZZIGONI

@pizzigo