Arctic Monkeys: Tranquility Base Hotel + Casino, il disco più importante del 2018

Arctic Monkeys: Tranquility Base Hotel + Casino, il disco più importante del 2018

Cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?”, cantava qualcuno anni fa.

Vi ricordate le notti passate con gli immancabili jeans sdruciti, tra giacche di pelle, sigarette e (molto) alcool, in fumosi locali grandi quanto la stanza in cui passavate le giornate da teenager? Vi siete dimenticati i concerti a 22 euro di band che ora ne chiedono 60? Uscivi di casa, ti facevi 260 km in auto con gli amici – andata/ritorno più concerto, il tutto in quattro ore – per goderti il set di una band che conoscevate giusto in cento persone, incensandola la mattina seguente sui forum (attenzione, non su Facebook, sui forum), come manco Landau nel suo celebre spottone su Springsteen. E ancora, gli anni in cui scaricavamo musica in Mp3 encodati a 96 kbps per non consumare troppa banda – Neil Young ancora rabbrividisce per tutto questo, sappiatelo – e ora a fare gli snob dicendo che Spotify è una cagata e che nulla è come “the real thing”, postando su Instagram l’immancabile foto/video del vinile che gira sulla piastra.

2 Arctic Monkeys by Zackery Michael

Era ora che arrivasse qualcuno, ben stazionato nella sua Tranquility Base (il nome assegnato dall’astronauta Neil Armstrong al luogo di allunaggio dell’Apollo 11 sulla superficie lunare), che ponesse fine all’era del ‘cosiddetto’ indie di inizio millennio. Se ci pensate bene ogni era, movimento o ondata che dir si voglia ha avuto un disco che è assurto a epitaffio di un genere. È successo una ventina di anni fa con No Code dei Pearl Jam, che di fatto chiuse l’epoca grunge (che termine orribile), con Sandinista dei Clash che pose fine alla parabola del punk inglese degli anni settanta. Ora sta succedendo di nuovo, paradossalmente proprio con la band da sempre meno convincente dell’universo indie degli anni zero, gli Arctic Monkeys. Perché, diciamolo, il loro mix tra Strokes e Bloc Party appariva già vecchio nel 2005, quando pubblicarono il loro primo disco che li fece esplodere. Non è andata meglio con i successivi, uno prodotto addirittura da quel volpone strafatto di Josh Homme dei Queens of the Stone Age. Poi, un po’ per merito dei The Last Shadow Puppets, riuscito side project di Alex Turner, un po’ di quel mezzo capolavoro che rimane AM (che contiene No. 1 Party Anthem, ovvero la più bella canzone degli Oasis che la band dei fratelli Gallagher non ha mai scritto) o di Post Pop Depression, il disco di Iggy Pop registrato insieme a Josh Homme e Matt Helders degli Arctic Monkeys, miracolosamente la band ha iniziato a convincere anche i più scettici.

????????????????????????????????

Nel 2018 le scimmie artiche, con il nuovo Tranquility Base Hotel + Casino, uscito senza essere preceduto da nessun singolo, decidono più o meno consciamente di chiudere un’epoca che è andata avanti fin troppo. Il disco inizia con una sorta di autoironica dichiarazione d’intenti (“I just wanted to be one of The Strokes, now look at the mess you made me make”) che non solo funge da spartiacque nella discografia della band inglese, ma che sa tanto di fine di un’epoca, musicale e non. Il disco termina con The Ultracheese e con il verso “I’ve done some things that I shouldn’t have done, but I haven’t stopped loving you once”, forse una lettera d’amore di Turner ai suoi fan che scapperanno a gambe levate (si spera non tutti) dopo l’ascolto di questo disco. In mezzo, 40 minuti di ballate lounge pop spruzzate di jazz in grado di richiamare tanto David Bowie (Four Out of Five) quanto Leonard Cohen, Nick Cave, Serge Gainsbourg e i Beach Boys di Pet Sound. Al centro di tutto le ombre di un decadente mondo in technicolor visto dalla luna, descritte perfettamente da un Turner mai così ispirato che gioca a fare il crooner, cantore convinto della fine dei miti che la sua stessa generazione ha contribuito a creare.

In rete è un profluvio di doppie recensioni che analizzano i pro e i contro del disco, tanto curiose quanto divertenti. La realtà è che con questo disco gli Arctic Monkeys hanno dimostrato di essere una band con le palle e di avere dalla loro uno dei migliori songwriter di questi anni (non è un’esagerazione, ascoltate il disco con sotto i testi e ve ne renderete conto). Alla fin della fiera anche la nostra generazione ha avuto il disco che di fatto chiude un’epoca, e lo fa nel migliore dei modi, con l’album più importante di questo 2018.

1 Arctic Monkeys by Zackery Michael

Cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?”. Ora che i figli li abbiamo fatti, o li stiamo facendo, racconteremo loro che il movimento più discusso degli anni zero è stato spazzato via da un disco che resterà nella memoria per anni a venire e che adesso che i nostri miti sono stati fatti fuori uno a uno, non ci rimane che vedere cosa riserverà il futuro. E a dir la verità, non sarebbe male poterlo fare dalla luna.

Luca Villa

“What do you mean you’ve never seen Blade Runner?”