Alice In Chains in dieci canzoni

Alice In Chains in dieci canzoni

Alla scoperta di uno dei gruppi più iconici degli anni novanta, gli Alice In Chains.

The sounds of silence often soothe, shapes and colors shift with mood
Pupils widen and change their hue, rapid brown avoid clear blue
– Frogs, Alice In Chains

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Devo ammetterlo, di tutte le Playlist for Dummies pubblicate finora, questa è stata la più difficile da compilare.

Nei 90s da una parte c’erano i Nirvana, dall’altra i Pearl Jam – io tifavo per tutti e due, sarà che non sono mai stato un fanatico di calcio. Poi c’erano ovviamente i Soundgarden e, andando più nell’underground, i Mudhoney, gli Screaming Trees… e poi c’erano loro, gli Alice In Chains, che giocavano una partita da soli, uniti al movimento di Seattle eppure così distanti da tutto quanto. Così vicini, così lontani.

Ora, a distanza di 25 anni circa dalla pubblicazione dell’ultimo album in studio con Layne, quel capolavoro di Alice In Chains – o come in tanti lo chiamano, Tripod – mi sono ritrovato a mettere una dietro l’altra le canzoni che reputo essere le migliori del gruppo.

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Impossibile non iniziare dalla tostissima We Die Young, il pezzo che dava il nome al loro primo EP pubblicato nel luglio del 1990 nonché la traccia che apriva il loro disco di debutto Facelift. Un pezzo tristemente profetico, in grado di conquistare grazie al suo granitico riff e al cantato psicotico di uno Staley in stato di grazia. Segue la cupa e tenebrosa Angry Chair, il mio pezzo preferito del gruppo e una delle poche tracce scritte interamente dal cantante dove per l’occasione suona pura la chitarra.

Si continua con What the Hell Have I, ingiustamente relegata nello score dello sconclusionato blockbuster Last Action Hero, che avrebbe sicuramente meritato di essere inclusa in un disco ufficiale del gruppo. La possente Man In The Box, tratta da Facelift, e Rooster – forse la migliore ballata composta dal gruppo, qui nella versionedell’MTV Unplugged – ci traghettano verso la metà della playlist, che continua con Junkhead che tra chitarre taglienti e melodie vocali alienanti rappresenta uno dei vertici assoluti del gruppo.

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Rotten Apple è il pezzo che apre idealmente la seconda facciata di questa playlist. Acustica, dolente, tormentata, tratta dal secondo EP in acustico del gruppo è un vero e proprio capolavoro in musica (anche se, a dirla tutta, tutti i pezzi di Jar Of Flies lo sono).

Seguono la lancinante Hate To Feel, summa del particolare suono malato degli Alice In Chains, e Frogs, fotografia del dolore, dell’angoscia e della paura che dominavano la vita di Layne in quegli anni, i veri e propri demoni personali del cantante che lo porteranno alla sua triste fine. Would? non ha invece certo bisogno di presentazioni, in quanto è una delle canzoni più note degli Alice, ben conosciuta anche da chi li ha sentiti solamente nominare giusto quel paio di volte.

Si chiude con Black Gives Way To Blue, inserita come traccia bonus di questa raccolta, lo struggente tributo a Layne da parte delgi Alice In Chains (e con Elton John come inaspettato ospite), canzone che inaugura la seconda fase di carriera della band, quella iniziata dopo la prematura scomparsa di Staley, ma come si dice in questi casi, “questa è un’altra storia”… che un giorno vi racconteremo.

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.