1500 METRI CON USAIN

1500 METRI CON USAIN

600Mettiamo che vi sia capitato di esordire con uno dei dischi più acclamati della storia della musica.
Un successo commerciale strabordante, un colpo di fortuna e sfortuna allo stesso tempo.
Come per ogni cosa dipende dai punti di vista.
Mettiamo anche che i successivi tre siano stati un’onda, una di quelle che invece di travolgere porta in salvo mentre tutto intorno affonda tra colpi di pistola, overdosi, tracolli nervosi e crisi d’identità.
Mettiamo che vi sia capitato tutto questo, uno strano incrocio del destino e poi gli eventi che si susseguono quasi fossero ineluttabili.
Avete quattro copertine appese nel museo della musica contemporanea ed un capitolo garantito nel grande libro della storia del rock and roll.
Il contraltare, l’altra faccia della medaglia, la sfortuna è che qualsiasi cosa potete fare in seguito non andrà mai bene, non sarà mai all’altezza.
Ecco quello che si sono presi in cambio, anche se voi non avevate promesso proprio niente.
Troppo ripetitivi, siete invecchiati, siete cambiati, siete sempre uguali a voi stessi, avete perso il tocco, non avete più niente da dire, vi siete rammolliti, siete patetici, siete superati, non contate più niente, non fate più un disco di rilievo da quindici anni, fate sempre lo stesso disco, avete rotto i coglioni.

Tutto vero, tutto e il contrario di tutto.
Avreste dovuto appendere la chitarra al chiodo, tingervi i capelli platino e procurarvi una parte in qualche serie televisiva.
E’ stato tutto un esercizio inutile, più o meno come provare a scrivere la recensione di un nuovo disco dei Pearl Jam.
Anche se vi viene quasi naturale, anche se da sempre sono molto più del vostro gruppo preferito.
La roba seria, le discussioni nel merito sono materiale per i forum dei veri fanatici sciroccati (sono uno di voi, ci si vede là).
E’ meglio o peggio di “Backspacer”? E’ più rock rispetto a “Riot Act”? Sono meglio le ballate o i pezzi più tirati? Quale canzone renderà meglio dal vivo?
Gli assoli di Mike sono i migliori degli ultimi anni, la produzione di Brendan O’Brien è sempre una certezza, Stone è un po’ in secondo piano perché si è perso nei mille progetti paralleli.
La copertina è fantastica, a me fa cagare quello che scrive Ament.

Dalla prima nota di “Getaway” all’ultima di “My Father’s Son” non son riuscito a star fermo nemmeno un secondo e penso che chiunque non provi lo stesso impulso dovrebbe essere forzatamente sottoposto a seri accertamenti sul suo stato di salute mentale.
Questi testi un po’ più cupi non mi dispiacciono, Matt è un corpo estraneo perché la reunion dei Soundgarden gli ha fatto male.
Sirens suona un po’ come un’accozzaglia di decine di ballate già mandate a memoria nel corso degli anni ma quando Eddie miagola “the fear goes away” riesce a far scomparire per davvero tutte le ansie e i timori.
Certo la sua sempre più evidente ossessione per temi quali l’aldilà e il dover dire addio i propri cari preoccupa, così come l’assenza di parole chiave quali “wave”, “ocean” e “tide” fa sospettare che oltre ad essere in apprensione per il futuro di moglie e figli si sia anche stancato delle Hawaii (nel caso ci si prenota per occupare casa Vedder, anche in bassa stagione).

Oh, hanno optato per una title-track, ma ci rendiamo conto della novità epocale? Ed è anche un gran pezzo!
Come si fa a parlare di riempitivi se nel ventre del disco questi piazzano la zampata con il terzetto “Infallible”/”Pendulum”/”Swallowed Whole”?
Tre graffi che magari non lasceranno una traccia indelebile ma voglio vedere chi ha il coraggio di negare che qualsiasi band esordiente venderebbe la propria famiglia per averne solo un paio di canzoni così nel proprio repertorio.
Ero scettico, lo ammetto ma mi sono bastati i primi trenta secondi di “Let The Records Paly” per correre a comprare tutto, dal vinile alla versione digitale alla maglietta.
E a mia sorella in carriera che mi rimproverava per tutti i soldi che nel corso degli anni hanno compiuto il tragitto tra le mie tasche e lo stato di Washington ho ricordato che almeno io non ho mai buttato cinquanta euro in una mezzora passata ad ascoltare qualcuno che mi spiega come vivere per poi recriminare sugli scarsi risultati derivanti.
Life coach, quelli come me non ne hanno proprio bisogno.
Quelli come me hanno Eddie Vedder e sanno benissimo che lui vale ogni singolo centesimo speso.

Secondo me gli strascichi di “Into The Wild” si stanno prolungando da troppo tempo e il finale del disco ne risente però, cazzo, ieri ho pianto fermo al semaforo mentre ascoltavo “Yellow Moon” e un vigile mi ha fermato per farmi l’alcol test.
Ho lasciato accesa la radio e alla fine sulle note di “Future Days” ci siamo abbracciati e mi ha raccontato di suo figlio disoccupato a tempo indeterminato e non si è neanche accorto che da due anni salto la revisione.
Ecco, tutto questo non interessa a chi non è del “club”.
Gente normale con cui siamo in qualche modo costretti ogni giorno a convivere.
Gente che a “Lighting Bolt” concederà forse un paio di ascolti per poi liquidarlo e ritornare sempre allo stesso punto: “se ho voglia di ascoltarli metto su Versus o No Code”.
C’è una coltre di incomunicabilità tra NOI e LORO e la domanda non è tanto chi ha ragione (noi, ovviamente) ma, piuttosto, come comunicare con questi diversi?
Forse provando a spiegargli che “Lightning Bolt” è sì un disco normalissimo ma è veramente bellissimo.
Anzi è un disco bellissimo proprio perché normalissimo.

Della stessa straordinaria normalità che può avere la lunga chiacchierata davanti ad un paio di birre con l’amico di sempre che, anche se ultimamente vi vedete meno spesso perché ognuno in fondo ha la propria vita, rimane il vostro specchio e il vostro biografo crudele e allo stesso tempo indulgente come nessun altro oppure lo svegliarsi il mattino a fianco della persona con cui state da anni per poi accorgervi al primo sguardo che ne siete ancora innamorati fradici.
Sì perché i Pearl Jam e la loro storia sono il granello di sabbia che inceppa il meccanismo, il baco che manda all’aria un sistema che ci vorrebbe sempre pronti a sostituire velocemente qualsiasi cosa.
Cambiare tutto, velocemente e in continuazione: cambiare telefono, cambiare amici, cambiare lavoro, cambiare idee politiche, cambiare città, cambiare opinione, cambiare canale.
E invece eccoli lì a dimostrare che è possibile evolversi (è l’evoluzione, baby!) senza rinnegare la propria identità, magnifico esempio di come coerenza e onestà intellettuale paghino se trasformate nella pratica quotidiana attraverso cui incanalare i talenti a disposizione.
Oppure cercando di mostrare a questi miscredenti come in fondo ogni canzone di “Lightning Bolt” non sia nient’altro che un ulteriore mattoncino aggiunto alla fortezza che i Pearl Jam si sono costruiti in oltre vent’anni.
La fortezza nella quale è custodito il segreto di un gruppo che avrebbe potuto perdere il controllo del volante diventando una portentosa macchina da soldi per poi magari disintegrarsi o peggio ancora trasformarsi nella propria malinconica parodia e invece ha deciso di percorrere una strada diversa rispetto a quella tracciata dai navigatori con software programmato dall’industria musicale.

Una strada secondaria, polverosa e piena di buche, una strada meno prudente ma che col tempo li ha portati incontro alla destinazione desiderata: la libertà assoluta.
Oppure ancora provando a fargli capire che c’è vita in questo disco, anzi, c’è la vita.
La vita vera, fatta di alti e bassi, vittorie e sconfitte, amore e morte, slanci ed errori, urla e lacrime, arcobaleni e cicatrici.
La vita di cinque ragazzi che invecchiano senza sfiorire, restando sempre saldi ai loro principi e rispondendo in ultimo solo ed unicamente alla loro ispirazione.
C’è la vita di chi queste canzoni le ha scritte, suonate e cantate ma anche la vita di chi le ascolterà e continuerà per tutti questi motivi e anche per molti altri a riporre il proprio amore e la propria fiducia in questa band.

E se tutto questo non vi basta, se siete tra quelli che non essendo in grado di accettare lo scorrere del tempo e il dissolversi della propria giovinezza sentono il bisogno di affidarne ad altri la cristallizzazione, opera improba per chiunque ma che per qualche strano motivo viene ritenuta realizzabile da chi scrive, suona, recita o dipinge, come se il solo saper esprimere i propri sentimenti attraverso una qualche forma d’arte porti in dote anche una specializzazione in ibernazione emotiva, ebbene cercate altrove.
Qui ci sono rughe, figli che scorazzano tra le rime, capelli che tendono all’imbiancatura e prove tecniche di saggezza compiuta.
Se per entusiasmarvi necessitate di effetti speciali, tipo un velo di mascara o dichiarazioni ad effetto o una linea di profumi col logo del disco, allora lasciate perdere.
I Pearl Jam non fanno per voi, “Lightning Bolt” non fa al caso vostro.

E va bene anche così perché se non l’avete ancora capito QUESTO NON E’ PER VOI.

Dario Costa